Rassegna stampa
Tolo 1983
f.di R.Gandolfo
L'Arena, recensione Mancalaqua ott 2003 B.Montresor
http://www.ilpopolodelblues.com/rev/aprile06/recensioni/Tolo-Marton-Trio.html recensione cd stra live
L'Arena (recensione 16/4/2001)
Colours And Notes (recensione da "JAM")
Colours And Notes (recensione da "Musica! di Repubblica")
Tolo Marton (recensione da "Cosmic Debris" rivista di
Seattle)
Ritratto d'autore: TOLO MARTON ("L'isola che non
c'era")
Tolo Marton, una splendida lezione di stile (recensione
da "La Pronvincia")
Intervista a Tolo Marton: A MAN IN BLACK
Intervista a Tolo su Hendrix e la chitarra Fender (Gazzettino,
21 marzo 2001)
Recensione su concerto a "IL POSTO" su L'ARENA (Beppe
Montresor, 27 marzo2001)
Recensione
su Jam:"Il vero Miracolo del Nord Est" (Carmelo Genovese,genn.2001)
Gennaio 2002 Recensione da"STAMPA" del concerto con Paolini e Brunello
Gennaio 2002 Recensione da"Repubblica"concerto con Paolini e Brunello
Il Gazzettino recensione concerto con Ian Paice allo "041" marzo 2002
CD DAL VERO recensione di C.Genovese su JAM dicembre 2002
CD DAL VERO recensione di Flavio Brighenti su MUSICA DI REPUBBLICA 31 ott 2002
CD DAL VERO recensione di Marcello Matranga su Buscadero genn.2003
Intervista di Carmelo Genovese su JAM genn.2003
Rocklab.it Recensioni Tolo Marton - Dal vero
Rocklab.it Interview Tolo Marton - Rock in libertà intervista di M.Redaelli
The Aviator - Deep Purple Fan-Club Germany -DAL VERO recensione del CD live
tolomarton.html recensione del CD Dal Vero sul sito americano bluesrockers
tratto da:
MUSICA di Repubblica
12 febbraio 1998
La patente del "Guitar Hero"
(di Flavio Brighenti)
Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti, sentenziava Roberto Freak Antoni in uno dei suoi più gustosi aforismi. Lo strano caso di Tolo Marton, chitarrista trevigiano, una carriera pluriventennale avviata nel segno del blues, del rock, del country, maturata poi oltre i bordi di genere, con l’unico solco irrinunciabile della creatività, conferma la liceità di quella battuta. Perché Marton, al di la dello zoccolo duro e affettuoso dei suoi fan, è ancora un musicista misconosciuto nel Belpaese, mentre al di la dell’oceano s’è conquistato lo status invidiabile di "guitar hero". Il 18 gennaio scorso, a Seattle, la città di Jimi Hendrix e del grunge, Tolo ha vinto il Voodoo Child Award, il prestigioso concorso internazionale per chitarristi organizzato dalla famiglia del mancino leggendario con Guitar Player Magazine, Fender, Aiwa e Musicians Insitute of California. Dopo le precedenti selezioni – Marton s’era già aggiudicato la "tappa" intermedia di Austin – il veneto era l’unico europeo rimasto in gara. "E’ una gran bella soddisfazione, certo, soprattutto perché la finalità del concorso era quella di mettere in luce i talenti della chitarra elettrica vicini per tecnica, fantasia e creatività allo spirito artistico di Jimi" assicura Marton. Non è un premio destinato ai mostri del virtuosismo, insomma, non una sfida all’OK Corral tra i chitarristi più veloci della luce. Piuttosto, un attestato di stima a chi, praticando l’arte della musica, non ha mai perduto la bussola dell’inventiva, della comunicativa, dell’emozione genuina. "Ciascun concorrente doveva esibirsi in due brani, una cover di Hendrix e uno di propria composizione" racconta Marton "io ho scelto Red House, proponendo poi Alpine Valley, uno strumentale del mio repertorio recente. Credo che sia piaciuto…". Si schermisce, Tolo. In realtà quel brano è una sintesi perfetta della sua sensibilità, di un talento compositivo e interpretativo che accarezza le corde del sentimento, e le agita con morbida passione. Ma l’umiltà è una seconda pelle, per Marton. Fosse caratterialmente più aggressivo, forse adesso sarebbe un eroe di chitarra riconosciuto in Italia non soltanto da un popolo di eletti. E non sarebbe costretto a pubblicare i suoi dischi in Olanda, com’è capitato per l’ultimo, fulminante My place is close to you, licenziato dalla Provogue e distribuito da noi dalla Srazz Records. "Il fatto è che non ho una collocazione precisa di mercato, più che un bluesman mi considero un musicista libero. E infatti nei miei concerti mi diverto a mescolare le influenze blues con il rock, il jazz, la psichedelia, il folk, il Tex-Mex, lo spaghetti – western … Proponessi ogni sera la stessa scaletta, per me sarebbe la morte civile", spiega. Così, sfuggendo ad ogni tentativo di classificazione, Marton s’è ritagliato la sua piccola fetta di appassionati, gente dalla fede incrollabile, per la quale l’axeman di Treviso è un mito e, insieme, l’amico (di chitarra) della porta. Una reputazione conquistata attraverso l’esperienza con le Orme, ai tempi di Smogmagica, la partecipazione a svariati festival italiani di blues, le frequenti jam session con la Jack Bruce e Ginger Baker, cinque dischi da solista e un’attività live decisamente corposa, con una bella incursione in Texas alla fine del ’93. A quell’epoca, Radio KGSR lo definì addirittura "killer guitar – slinger from Italy" , il fromboliere della sei corde elettrica. Adesso, a 46 anni, la conquista del Woodoo Child Award, ricevuto dalle mani di Al e Janie Hendrix, rispettivamente padre e sorella di Jimi, gli restituisce lo spettro più ampio della fiducia, una spinta fondamentale per qualsiasi artista. "Ho attraversato parecchi momenti di crisi, lo confesso. E devo tantissimo al sostegno di mia moglie Carla, soprattutto, se sono arrivato "indenne" sino a qui". Indenne e vincente, finalmente: perché il ruolo di "loser" è molto romantico, nell’epica del rock, ma lascia le tasche dannatamente vuote.
Venerdì 16 Marzo 2001
Tratto da:
JAM
Dicembre 1999
Tolo Marton
Colours And Notes
(VTM - Storie di Note)
(di Paolo Vites)
Come sarebbe diversa la scena del Rock italiana se le tanto millantate rock star nostrane (e non facciamo nomi per pudore) volessero affidarsi a dei veri chitarristi, e non a quelle pallide imitazioni di guitar hero che infestano i palchi di casa nostra, che l’unica cosa che hanno del ruolo è probabilmente il look, ma non la tecnica e il cuore che ha Tolo Marton. Vincitore del Woodoo Chile Award Winner nel 1998 (il prestigioso premio assegnato personalmente dalla Hendrix Family al miglior chitarrista in "stile Jimi Hendrix"), il trevigiano Tolo Marton da anni preferisce frequentare i club di Austin e di mezza America che quelli di casa nostra. Non rinuncia, di tanto in tanto, a incidere album come questo riuscito Colours And Notes. Se Tolo non ha forse una perfetta timbrica vocale le sue composizioni sono oneste professioni di rock blues venato di country (talvolta ricordano Calvin Russel o il suo amico Jimmy LaFave), è però quando partono quelle note di chitarra che tutto cambia: deliziosamente hendrixiano ma senza strafare, raffinatamente claptoniano (o meglio, alla Stevie Ray Vaughan), la sua chitarra ci guida in una musicalità fantasiosa, mai banale, rispettosa della tradizione e infine intelligente quando rilegge in chiave bluegrass "acida" All Along The Watchtower (il vecchio Bob impazzirebbe a sentirla). Ci sono, naturalmente, altre cover, come Pali Gap di Hendrix, o la bella It’s Getting Late (Stuart Magness), ma non sfigurano le composizioni di Marton, come ad esempio Welcome To America. Voto : 7
Perché: il più dotato e intelligente chitarrista rock che l’Italia abbia mai avuto si diverte e ci diverte
Tratto
da:
Musica di Repubblica
16 settembre 1999
TOLO MARTON
Colours and notes
VTM Storie di Note
(di Flavio Brighenti)
Rigenerato dalla vittoria al Voodoo Chile Award di Seattle, nel gennaio del ’98", il trevigiano Tolo Marton riprende ad esplorare l’arcipelago blues nell’ottica della reinvenzione onirica e psichedelica cara al "suo" maestro Jimi. Realizzato fra il Veneto e il Texas, questo suo settimo album parla il linguaggio d’una matura identità stilistica che interseca visionarietà e virtuosismo. Marton mette la museruola al Narciso che alberga volentieri nei chitarristi talentuosi, e lascia che siano piuttosto suono passione e istinto a condurlo nelle vertigini del suono. Cosa che accade puntualmente nelle dieci canzoni di sua composizione e nelle tre covers: I’s getting late di Stuart Magness, Pali gap di sua Maestà Hendrix (da Rainbow Bridge) e la Dylaniana All along the watchtower, pressochè irriconoscibile – eppure magnifica – nella sua andatura galoppante in "fingerpicking": soave qualità folk.
tratto
da:
Cosmic debris
TOLO MARTON
Colors And Notes ( VTM - Storie di Note )
Tolo Marton first caught my attention in January of 1998 when he took home the honors at the Jimi Hendrix International Guitar Competition with a straightforward rendition of "Red House". He slipped me a CD that night, and I discovered a player who transcended the Hendrix cover clone trap that he could easily have settled for.
His latest, Colors And Notes, shows even greater range and originality. There is, of course, the Hendrix tune ("Pali Gap") that seems obligatory for a player who received the Voodoo Chile Award from Al Hendrix himself, but there’s so much more. The predominant color, of course, is blue ( as in the blues ), but his pallete is far wider. Marton’s trademark is a cap with jazz emblazonet on it, and it’s a fitting image. Behind many of the deceptively simple rhythms he uses for his original compositions lies some remarkable improvisatory guitar work.
Most of the best work here consist of his originals, but his version of "All Along The Watchtower" finds a percussive country shuffle buried within the tune that is somewhat startling but totally pleasing. Other highlights include the full force rave-up "One More Train" and the be-boppish delight "Slim And Animal".
Released on the Italian label VTM, this one may be hard to find, but it’s worth the effort. If you can’t get it anywhere else, try Tolo direct by e-mailing jazhat51@iol.it.
Track List:
It’s Getting Late * If There Is * Fought To Change * Univibe * Feel Down * Wellcome To America * Pali Gap * Questions * All Along The Watchtower * I’m Going Home * One More Train * Sleepless * Slim And The Animal
Reviewed by Shaun Dale
Ritratto d’autore
TOLO MARTON
(di Stefano Tognoni)
L’uscita dell’ultimo lavoro di Tolo Marton, "Colours and Notes", si e rivelata l’occasione propizia per approfondire la conoscenza di un personaggio che meriterebbe maggior considerazione dai media. Chitarrista versatile e completo, dotato sia di invidiabile tecnica che di "cuore", autore di tutto rispetto, è giunto ormai al settimo CD. Molti lo ricordano per una sua fugace apparizione nelle Orme. La sua vittoria al Jimi Hendrix Electric Guitar Festival, la sua sempre intensa attività live e gli ottimi CD proposti lo stanno finalmente premiando
Parlaci del tuo cammino
artistico degli inizi. II principio della tua attività professionale viene fatto
corrispondere con la tua esperienza nelle Orme, con le quali hai registrato a Los Angeles
"Smogmagica" (1975). In realtà avevi precedentemente inciso dei 45 giri per la
EMI, di cosa si trattava?
Prima delle Orme avevo già suonato con diversi gruppi in Veneto. Ho
iniziato con la chitarra verso la fine del’66. Ascoltavo tutto quello che mi
capitava, senza preoccupazioni di generi. Uno dei primi gruppi a cui ho dato nome nel 1971
si chiamava B.E.S.T.I.A., con cui suonavo pezzi di Rory Gallagher, Grand Funk
ecc... Prevalentemente facevamo audizioni per sale da ballo, ma pochi ci prendevano,
perché il nostro genere era troppo spinto. Poi ho suonato con altri gruppi (sempre in
sala da ballo) che facevano un rock più accettabile, tipo Joe Cocker, Stones, Deep
Purple...Uno di questi gruppi si chiamava Raptus, con cui ho inciso per la EMI due
brani originali e due cover dei Beatles (Eleanor Rugby e I
Wanna Hold Your Hand) ovviamente riarrangiate.
Come mai il tuo rapporto con Le Orme si e sciolto
in modo cosi repentino?
Perché, a pochi giorni dall’inizio del tour promozionale per il nuovo disco ("Smogmagica"),
mi avevano imposto un’immagine e dei travestimenti non adatti a me, in cui mi sarei
sentito a disagio. Mi opposi ma non c’è stato modo di far loro cambiare idea. Oltre
ad aver gettato via una sicura carriera, resta l’amarezza che ancora oggi incontro ai
concerti gente che giura entusiasticamente di avermi visto suonare con le Orme negli anni
’70. E questo perché Germano Serafin, che mi aveva rimpiazzato, non veniva
praticamente neanche presentato durante gli show.
Perché il tuo nome viene quasi sempre associato al
Blues? In realtà, sia su CD che dal vivo, sono evidentissime le contaminazioni Country,
Rock, Psichedeliche, Jazz, che rendono uniche le tue sonorità per il panorama musicale
italiano...
Purtroppo molti giornalisti poco attenti continuano a farlo. Ho dato spazio al Blues più
in passato, quando questa poteva essere una scelta meno scontata, ma allo stesso tempo ho
sempre, soprattutto discograficamente, messo in chiaro di avere molteplici influenze. Un
altro motivo è forse il titolo del mio primo disco ("The Blues
Won’t Go Away")¸che non era per niente un disco di Blues e il titolo
riprendeva solo un verso di una delle canzoni. Tutta questa storia mi fa pensare che
c’è gente che non distingue molto uno stile da un altro. Non chiamatemi bluesman per
favore!
Dal 1980 al 1983 hai prodotto ben tre LP, poi, nella
tua attività discografica ci sono stati ben nove anni di stop, fino a
"Toloquarantasuonati" (1992). Cosa ti ha spinta a una pausa così lunga e cosa
hai fatto nel frattempo, com’è tornato l’input per riprendere a pieno
l’attività?
E stata solo una pausa discografica, in realtà ho suonato moltissimo dal vivo. I primi
tre dischi erano autoprodotti e non volevo più incidere nulla se non attraverso una vera
casa discografica. Nel ’90 David Srb il mio bassista di allora mi propose:
"c’è questo produttore di Bologna che ti vuole far incidere un disco per la sua
etichetta". Poco convinto, ma David insisteva, decisi di registrare "Toloquarantasuonati".
Un CD che ebbe un destino curioso. Per strani accordi stipulati tra certi signori, venne
pubblicato dalla RTI, senza promozione né distribuzione... fu messo fuori catalogo e
finì al macero.
Credi che qualcosa sia cambiato
nell’ambiente musicale italiano dai tuoi esordi ad oggi?
E peggiorato, almeno una volta c’erano più musica e inventiva, ma questo succede
anche in America. Certo, oggi da noi ci sono più music club, ma questo è anche merito
mio, e dicendo questo spero di non sembrare immodesto.
Dalla fine degli anni ’80 hai iniziato a
recarti sempre più frequentemente negli USA, principalmente ad Austin. Che spunti
positivi hai tratto da questi viaggi? Come giudichi la scena musicale Americana nei
confronti della nostra?
Frequentare attivamente posti come Austin o New Orleans mi ha rinforzato e ridato fiducia.
Ho perfezionato alcune cose, ma ho capito anche che loro sono loro ed io sono io. Imparare
non vuol dire copiare, né far finta di essere ciò che non si è. La scena americana non
è tutta rose e fiori. I musicisti sono tantissimi e bravi. Ho visto dilettanti che
farebbero sbavare molta gente di qui, costretti però a fare altri lavori per vivere,
comunque di solito chi ce la fa è anche bravo. In quanto ad originalità ci sarebbe da
discutere, mentre di buono c’è che la musica. In America, la musica, fa parte della
vita di tutti i giorni come il cibo e tutto il resto. Qui è ancora un optional, con le
inevitabili conseguenze.
Nel 1998 hai vinto a Seattle, sbaragliando
chitarristi da ogni parte del mondo, il "Jimi Hendrix Electric Guitar Festival".
Credo che la cosa fondamentale del concorso sia il fatto che la giuria non cercasse un
"clone", ma un artista che con la sua tecnica e fantasia, ricordasse lo spirito
di Hendrix. Puoi raccontarci le fasi salienti di questo importante concorso?
Il concorso e iniziato nel’96. Un annuncio su Guitar Plaver Magazine diceva: "Cerchiamo
un chitarrista che possegga il talento e la creatività che ricordino lo spirito di Jimi
Hendrix". Bisognava presentare un proprio brano e uno di Hendrix. Io scelsi il
mio Alpine valley e Red house. Passate le prime selezioni fui
invitato ad Austin, presso la Zona Rosa per le finali del Texas. Pensa che ricevetti
l’annuncio solo quattro giorni prima, a momenti neanche volevo partire. Lì
"affrontai" nove chitarristi americani e vinsi. Dopo quasi due anni andai a
Seattle per le finalissime. Eravamo rimasti in sette, c’era anche una chitarrista che
fece Foxy Lady (lei aveva suonato anche con Micheal Jackson). Poi c’era un
nero, mancino e di Seattle, che faceva un sacco di scena, suonava coi denti ecc.... Il
pubblico era in visibilio e io mi sentivo un pesce fuor d’acqua. Mi dicevo:
"Qui non ho capito niente, ancora una volta premieranno l’immagine e non la
musica". Ma nello stesso tempo avevo la sensazione che non sarebbe andata cosi.
Quando Al Hendrix pronunciò la fatidica frase "...and the winner
is…Tolo Marton!", ho provato una gioia mista a imbarazzo, quasi un senso di
colpa. Imbarazzo per i festeggiamenti, e senso di colpa perché non mi piacciono le
competizioni, anche se, quando avevo letto quell’annuncio qualcosa era scattato e
sentivo di dover tentare.
I tuoi colleghi d’oltreoceano e i media come
hanno vissuto la tua vittoria? Che riscontri hai avuto negli States?
Sia ad Austin che a Seattle gli altri chitarristi hanno accettato la mia vittoria di buon
grado, complimentandosi e dicendo che la meritavo. Ovviamente è un buon biglietto da
visita che mi porto dietro ovunque vado, anche se devo confessare che a volte è un
vestito che mi va un po’ scomodo. Ma non nego che mi sta aiutando non poco. In
America ho avuto più spazio sia nei media che nei concerti.
Hai suonato, dopo la vittoria, con due leggende
viventi come Billy Cox e Buddy Miles, The Band Of Gypsys oltre ad essere stato premiato
dal padre e la sorella di Jimi, cosa hai provato?
Beh, in quei momenti le uniche cose a cui riuscivo a pensare erano mettere a posto i
collegamenti della chitarra e suonare senza essere troppo invadente. Lo stesso mentre il
padre di Jimi Hendrix mi premiava, grande gioia e confusione. Ci si rende conto dopo di
quello che è successo.
Veniamo ora al tuo ultimo lavoro, "Colours
And Notes". L’ho ascoltato molto attentamente. E’ un CD davvero ottimo, non
catalogabile in un unico genere date le molte influenze e varietà di stili presenti, ma
reso omogeneo da un’unità emotiva ben precisa. Come hai lavorato alla sua
realizzazione? Che mercato credi possa avere e che riscontri credi possa portare?
Sono contento che tu abbia capito lo spirito di questo lavoro. Le fasi produttive di
"Colours and Notes" (a proposito, questo titolo mi è venuto anche per
merito della copertina, disegnata da Marco Singh), è stata divisa in tre fasi ben
distinte: alcuni brani, tra cui Univibe, Questions, sono stati incisi ad
Austin nel 96, subito dopo aver vinto le finali in Texas, in uno stato d’animo
veramente propizio, tutti al primo colpo. Poi sempre ad Austin nella primavera del 99, ad
esempio Welcome to America, e a Treviso la scorsa estate, un po’ in
studio, un po’ a casa (Pali gap). Quando registro tento di liberare la
mente da pensieri del tipo: cosa mi posso aspettare, a chi mi rivolgo.. e mi concentro
sulla musica. Spero sempre di non perdere la spontaneità e la fantasia, e magari inseguo
un po’ di originalità. In quanto al possibile mercato, metto l’accento proprio
sull’aggettivo "possibile", perché nessuno fino ad ora mi ha offerto delle
vere possibilità, e così per me tutto è possibile e impossibile allo stesso tempo.
Certo, dopo una vita passata a suonare per la gente, so quali sono i brani che
venderebbero ed anche tanto, ma come posso spiegarlo ai discografici, raccomandati e
raccomandanti? Di queste cose mi è venuta la nausea tanto tempo fa.
Cosa vuoi che gli ascoltatori capiscano di te da
questo CD?
Che sono un musicista libero, non voglio etichette. Che attraverso la musica esprimo anche
i miei dubbi e incertezze. E che tutti possiamo essere dei liberi fruitori di musica,
liberi da leggi di mercato che non vogliamo.
Canzoni come Univibe, I’m Going Home e
Slim and the Animal potrebbero essere perfettamente inserite in un a colonna sonora di
un film; ti cimenteresti volentieri in una simile esperienza?
Certamente. Anche di Alpine Valley molti hanno detto che sarebbe perfetta
per un film. Certe musiche dei film mi hanno sempre affascinato.
Che importanza attribuisci ai testi e come
affronti la loro stesura?
Scrivere testi è una necessità ma anche una scomodità di cui farei volentieri a
meno.
Visto che devo farlo, cerco di dire cose semplici ma vere e oneste, così nessuno può
criticare perché racconto delle balle. Per la stesura parto sempre dalla musica.
Ora che il tuo nome finalmente inizia a trovare
sempre più spazio anche sui mercati italiani, saresti interessato ad offrire la tua
chitarra a famosi artisti nostrani, non come session man, ma realmente per dare il tuo
contributo attivo. Insomma se qualcuno cercasse la tua chitarra in quanto chitarra di Tolo
Marton, saresti disponibile o continueresti per la tua strada?
Può darsi di sì, ma per risponderti dovrei trovarmi in questa situazione, cosa che (a
parte un episodio di molti anni fa con Massimo Bubola) veramente non è mai
avvenuta.
Che rapporto hai con la chitarra?
A volte la chitarra è come la coperta di Linus, dà una certa sicurezza, però può anche
far innervosire. Sono affascinato anche dall’oggetto in sé, le chitarre vecchie,
quelle che suonano meglio, però quando vado sul palco mi porto dietro quella un po’
meno… buona, chissà perché. Poi mi piace scambiarne i pezzi, un manico di una con
il corpo di un’altra e vedere cosa succede.
Soprattutto dal vivo si rimane impressionati
dall’uso che fai del controllo dei toni, del vibrato e del volume, oltre che
dell’uso non certo comune del plettro per il pollice (thumb pick). Come hai
sviluppato questa tecnica? Quali artisti ti hanno influenzato?
I potenziometri del volume e tono ho cominciato a sfruttarli fin dal primo momento.
Perché non usarli, dato che ce li hanno messi? E non solo per alzarmi negli assoli. Ormai
posso dire che non stanno mai fermi, è diventato istintivo per me. Ho deciso di usare il
thumb pick dopo aver visto Nils Lofgren a Los Angeles nel ’75.
Chitarristicamente parlando, devo molto a Rory Gallagher, Hendrix, Lofgren, B.B. King, ma
anche a non chitarristi, come Jimmy Smith e Miles Davis.
Non credi che proporti dal vivo in quartetto,
anziché nel classico trio, ti consenta maggior libertà d’azione oltre a permetterti
di offrire arrangiamenti più vari ai brani?
Sicuramente suonare in quartetto, con un altro chitarrista, permette di concentrarmi di
più negli assoli ed avere degli arrangiamenti più rotondi e completi, soprattutto nei
brani più melodici. Non direi che mi dà più libertà di movimento però. Il trio, al
quale mi sono abituato da sempre, è più difficile, ma stimolante. Posso variare ed
improvvisare di più. E’ una sfida, una bella sfida che mi ha sempre affascinato.
Anche se la nostra non è una rivista di chitarra,
potresti citare la strumentazione a cui ti affidi abitualmente?
Uso la Fender Stratocaster fin dal 1970. E’ uno strumento forse più difficile, ma
non ha limiti di dinamica. Uso poi amplificatori tipo Fender, soprattutto perché
rispondono alle variazione del tocco meglio degli altri. Gli effetti più usati sono un
distorsore Mxr+ e un Rotosphere.
Svolgi attività didattica?
Qualche volta, più che altro seminari.
Quali sono i chitarristi, o comunque gli artisti
italiani che stimi maggiormente?
Non conosco molto bene i miei colleghi, ma Claudio Bazzarri è sicuramente molto
bravo. Ci sono dei chitarristi acustici che hanno lavorato molto per affinare la loro
tecnica, come Pietro Nobile. Quando ascolto altri musicisti, ho imparato a
dimenticarmi di essere anch’io un musicista, e questo mi aiuta a distinguere la
qualità e la fantasia dalla mera tecnica. Poi stimo molto Paolo Conte, mi piaceva Modugno,
Tenco, Pino Daniele di qualche tempo fa, un po’ il primo Celentano e Battisti,
anche Nada. Il problema per i nostri storici interpreti della così
detta musica
leggera (Mina, Morandi o Celentano), è che non hanno più della musica buona da
cantare. Quasi mi offro volontario per venire in loro soccorso…
Cosa pensi della musica su Internet? Credi possa
aiutare la distribuzione per certi artisti o essere addirittura dannosa?
Penso che anche Internet aiuti di più gli artisti già famosi. Quante sono le persone che
hanno tempo e voglia di andare a spulciare tra gli sconosciuti? Non vedo grandi danni, la
SIAE ne fa di più. E poi, finchè un libro di barzellette dell’ultimo comico
televisivo avrà l’Iva al 4% mentre un CD di Beethoven o Charlie Parker al
20%….
Che progetti hai per il futuro?
Questa domanda mi mette sempre a disagio. Non riesco a fare progetti al di là di un paio
di settimane… potrei unirmi ad una orchestra sinfonica. Sai, a Natale mi è capitato
di suonare accompagnato da un’orchestra di 45 elementi con tanto di direttore in
frac!
Cosa vorresti dire che non ti ho chiesto?
Forse sto dando l’impressione di essere un po’ disincantato o pessimista, ma
credo ancora nel grande potere della musica, quando è viva. E, prima di salire sul palco
sono sempre nervoso come la prima volta.
Colours and Notes
VTM-STORIE DI NOTE 1999-2000
Il settimo album del trevigiano Tolo Marton si distingue dai
precedenti, prima ancora di addentrarsi all’ascolto del CD, a partire dalla
coloratissima, atipica psichedelica copertina.
Il traguardo raggiunto è fondamentale per vari motivi. Con "Colours and Notes"
Tolo ha toccato infatti il livello più alto della sua non molto prolifica, anche se
ventennale, carriera solista, e ha altresì confermato la credibilità e rispetto
conquistata negli States. Tredici tracce di ottimo livello, ben dieci delle quali scritte
interamente da lui stesso, più tre cover, Pali gap di Jimi Hendrix, It’s
Getting Late di Stuart Magness e All Along the Watchtower di Bob
Dylan. Quest’ultima canzone merita un discorso a sé. Ammettiamolo, prima di
ascoltare il brano, dopo aver letto il titolo, il pensiero corre da solo: "la solita
strasfruttata cover…". E invece, Marton, è riuscito nella difficile impresa di
ridare nuova vita ad una canzone mitica, stravolgendone completamente, rispetto ad ogni
altra versione, l’arrangiamento e le sonorità, ottenendo un misto tra folk e
bluegrass con una bellissima chitarra in finger picking che in alcuni passaggi ricorda il Knopfler
dei Nothing Hillbillies. Il dire che Marton ricordi in alcuni brani
altri celebri chitarristi (Hendrix, J.J.Cale, etc) non è certo riduttivo. Infatti,
(e questo è un suo grande merito), pur avendo assimilato tecniche e stili di vari
chitarristi, è riuscito a creare un suo personale suond che rende riconoscibile ed
inconfondibile la sua Stratocaster. Univibe, di grande atmosfera e con un
uso magistrale del wha wha, è davvero entusiasmante e, con Sleeplees, potrebbe
figurare alla grande su un CD di J.J.Cale o Tony Joe White. Da ascoltare
sicuramente è anche la jazzata e completamente strumentale Slim and the Animal,
canzone che conferma la difficile catalogabilità di "Colours and Notes"
all’interno di un unico genere musicale.
Non manca nemmeno un ospite di prestigio, Ponty Bone all’accordion (in I’m
going Home e nell’autobiografica Welcome to America), artista che nel
corso della sua lunghissima carriera ha collaborato, tra gli altri, con Joe Ely, Jimmie
Dale Gilmore, Butch Hancock, Alejandro Escovedo. I principali musicisti che hanno
coadiuvato Marton sono Vic Vian e Alex Marinoni al basso, Mark Smith
e Dan Frezek alla batteria. In Italia abbiamo trovato (c’era già, era solo
andato qualche tempo a suonare e a stupire in America) finalmente un chitarrista
versatile, innovativo, completo dotato anche di un grande "cuore", musicalmente
parlando , e non solo di mera tecnica. La speranza è che finalmente possa raccogliere,
anche da noi, il meritato successo. Proponendo CD di questa caratura sarebbe pazzesco non
accadesse. O forse è proprio per questo che il mondo è pieno di pazzi?
tratto da:
"La Provincia"
12 dicembre 1999
LIVE. A Torno con Marinoni, Boscolo e Callegaro spazia dal mito Hendrix al "Pink Panther Theme"
Tolo Marton, una splendida lezione di stile
Sul palco del Capolago il chitarrista trevigiano ribadisce una coerenza artistica che non vacilla
(di Andrea Cavalcanti)
Un musicista maturo e originale, in grado di esprimere con impeccabili virtuosismi la grande lezione di un chitarrismo cristallino nella forma ma dal genere difficilmente definibile.
Ma, soprattutto, un artista coerente, vissuto e disincantato, dall’umanità a volte sorprendente, ben conscio della propria realtà e capace di rimettere sempre tutto in discussione, a cominciare da se stesso.
E’ quel che è apparso giovedì sera, al wine bar Capolago di Torno, il 48enne chitarrista trevigiano Tolo Marton, assistito nell’occasione dal fedele bassista Alex Marinoni, che ne condivide le esperienze live ormai da cinque anni, dal chitarrista Alberto Boscolo e dal batterista Paolo Callegaro, suoi compagni di viaggio da due mesi.
Punta più ad esprimersi come vuole sulle corde della sua Fender Stratocaster ("un modello vecchio") che a farsi pubblicità questo guitarist riservato che si dice piuttosto pessimista sul futuro della musica: "A casa ascolto prevalentemente musica classica. Tutti vogliono attaccarmi a tutti i costi un’etichetta: io sono semplicemente la mia musica che parte da una base americana per andare un po’ dovunque … Non posso definirmi un bluesman, non voglio definirmi…".
E’ vero: meglio non definirlo, anche se negli Usa ha vinto un concorso chitarristico mondiale organizzato dalla famiglia Hendrix. Anche se, sotto Natale, suonerà in cattedrale a Treviso con un’orchestra classica di 45 elementi, l’Ensemble Novecento. Anche se il suo "tocco" è riconoscibilissimo nel cd "Guitarland: sei corde senza confini" in cui ha suonato con altri cinque colleghi di generi diversi. Meglio ascoltarlo, Tolo Marton.
Al Capolago quasi tre ore di ottimo sound: cinque brani ("It’s Getting Late", "Fought To Change", "Wellcome – si, due "elle" – To America", "All Along The Watchtower" e "One More Train") dell’ultimo album "Colours And Notes" più tante perle come le hendrixiane "Hey Joe" e "Red House" e il "Pink Panther Theme" di Mancini.
Meritatissimi applausi.
A MAN IN BLACK
(di Enrico Mason)
Vittorio "Tolo" Marton, classe 1951, ha recentemente vinto uno dei più prestigiosi concorsi per chitarristi al mondo , il "Jimi Hendrix International Guitar Contest", tenutosi a Seattle. Fondendo blues, rock, jazz e pura invenzione, il chitarrista trevigiano ha sbaragliato gli avversari. In un’intervista esclusiva abbiamo raccolto alcune sue idee ed impressioni.
Sarai forse stanco di parlarne, ma stupisce che un italiano possa aver vinto il "Jimi Hendrix International Guitar Contest". Cos’ha Tolo Marton più degli altri 13.000 chitarristi che hanno partecipato al concorso?
E’ più facile dire quello che non ho. Non ho messaggi da dare, non ho voglia o necessità di chiamare ospiti illustri agli appuntamenti musicali importanti, ho poca diplomazia con le persone che contano nello spettacolo: li tratto alla pari, perché penso che tutti debbano fare il loro lavoro, se lo sanno fare, e tutti abbiano bisogno gli uni degli altri. Quello che ho in più potrebbe essere chiesto alla giuria di Seattle.
Una vittoria sudata la tua, venuta dopo anni di duro lavoro. In un mondo che impone di arrivare al successo da giovanissimi, tu cosa ti sentiresti di dire a chi, malgrado lo studio e l’impegno, giunto alla soglia dei trenta o quarant’anni non sia ancora riuscito ad emergere?
Consiglierei di guardarsi dentro con sincerità, e capire il motivo per cui si suona: se è un vero bisogno, pressochè quotidiano, gli direi di continuare. Se, invece, lo fa per essere qualcuno, è meglio che smetta.
Quanto pesano rispettivamente nel tuo stile la perfezione tecnica, la ricerca del suono e il feeling?
Sono tutte e tre cose molto importanti che vanno, in qualche modo di pari passo. La tecnica conta molto soprattutto perché ti dà gli strumenti per dire ciò che senti. E poi, se vuoi fare musica senza concessioni al mercato, allora non puoi permetterti di essere un mediocre. Il suono è pure importante, ma non può mascherare la povertà di idee; una buona idea è buona sempre, un buon suono può solo migliorarla. Il feeling, quindi, può esserci solo se, partendo da una buona idea, si riesce ad interpretarla ogni volta nel modo migliore.
A tuo avviso, perché Tolo Marton è dovuto "emigrare" in America per ottenere i meritati riconoscimenti?
Perché siamo un popolo di esterofili, senza fiducia in noi stessi. Quasi tutti quelli che mi conoscono come musicista, mi hanno sempre apprezzato ma "a bassa voce", perché sono italiano, di Treviso. Comunque non sono andato in America solo per "ottenere riconoscimenti", ma anche per mettermi alla prova e capire meglio la musica che mi piace.
Osservando il panorama musicale underground odierno della tua regione, che cosa vedi di differente rispetto a quando muovevi i tuoi primi passi con il gruppo del Bardhali nel lontano 1968?
Allora, essere una "cover band" era normale; il principio, ora sembra quasi il punto di arrivo, un comodo punto di arrivo. Vedo anche delle differenze nel pubblico. Poteva succedere che ti fischiasse, e noi musicisti ne traevamo le dovute conclusioni.
Per concludere. Perché un giovane musicista oggi dovrebbe mettersi a suonale il blues?
Certamente io non sono tra quelli che lo dicono. Credo che il blues abbia fatto il suo tempo e detto quello che c’era da dire, ma se ancora un ragazzo o una ragazza ascoltando Lightining Hopkins o Muddy Waters, dovesse rimanere folgorato, avesse un’"illuminazione", perché no?
Ma perché con me si parla sempre di blues? Non ne sono mai stato schiavo. La musica è varia.
| TOLO MARTON |
| La rivoluzione di Jimi Hendrix e gli altri grandi innovatori |
| di Giò Alaimo |
| Il trevigiano Tolo Marton è uno dei
più prestigiosi chitarristi italiani. Qualche tempo fa vinse il Jimi Hendrix Contest
organizzato a Seattle dalla famiglia del grande chitarrista scomparso e nei suoi
trent'anni di carriera, non ha mai abbandonato la sua Fender: «È stata la mia prima
chitarra: l'ho scelta in un periodo, il 1970, in cui quasi tutti preferivano la Gibson. La
Fender era una chitarra non alla moda, e poi era quella dei miei musicisti di riferimento,
Rory Gallagher e Jimi Hendrix soprattutto. Tutti usavano la Gibson Les Paul perchè era
più facile, dal suono più rotondo, ma il bello della Fender è che se è più difficile
ottenere buoni suoni, quando hai capito come funziona risponde perfettamente ai tuoi
stimoli». Qual è la differenza fra le due famiglie chitarristiche? «La Gibson è più tecnica, la Fender più dura ma più espressiva, non ha un punto di arrivo. Se hai più energia riesci a dargliela fino in fondo, com'è stato per Hendrix infatti». Si parla di chitarre ma in realtà si dovrebbe parlare di forme e materiali. Anche la Fender ha cambiato molto, legni diversi, manici diversi, alcuni a tastiera piatta altri lievemente bombata. Cosa preferisci? «Uso tutto, quelli di palissandro, bombati, ma anche di acero dal suono più tagliente. Sono solo piccole differenze». Parlando al profano, qual è la differenza tra una elettrica e un'acustica? «L'elettrica in più ha dei magneti detti pickup che servono ad amplificare il suono per farsi sentire quando si suona insieme all'orchestra. L'idea di partenza è questa. Da qui sono nate però varie possibilità in più: l'espressività, la lunghezza delle note, la distorsione. Fino al '66 la chitarra elettrica, anche quella a corpo solido, era usata come un'acustica amplificata. Poi Hendrix, Jeff Beck, Clapton, Jimmy Page, l'hanno fatta diventare qualcos'altro». Qual è stata la vera influenza di Jimi Hendrix sulla musica? «Leggo ancora oggi di Hendrix come fosse stato solo quello che suonava con i denti o bruciava la chitarra. Ma lui è stato in realtà un rivoluzionario della musica. Ha rivoluzionato il jazz, il rock, il pop, e non solo dei chitarristi, ma anche di Miles Davis. È stato profondamente influenzato dalla musica che aveva ascoltato fino allora, blues nero, soul, un certo tipo di funky e perfino un po' di country filtrato attraverso il blues, che lui ha sviluppato in ballate come "The Wind Cries Mary"». Anche lui ha fatto la strada dei bluesman dieci anni prima, andando a rigenerarsi in Inghilterra e poi riportando in America la propria musica:«Lui ha portato un po' d'America in Inghilterra e lì è stato influenzato dal pop inglese, dai Beatles, dalla psichedelia. Ha avuto modo di modificarsi, di inserire melodie all'avanguardia non proprie del blues, successioni di accordi inusuali e poi come chitarrista, dal vivo, era tutt'uno con la chitarra, la faceva parlare come un ventriloquo, la faceva vivere di vita propria». Dopo Hendrix ci sono stati chitarristi altrettanto innovativi? «No. Altri hanno fatto qualcosa di diverso; John McLaughlin ha coniugato radici jazz con sperimentazioni rock al tempo della Mahavishnu, anche Carlos Santana che ha mescolato il blues alle radici latine era un contemporaneo molto espressivo. Ci sono molti chitarristi che hanno elaborato un proprio suono un proprio linguaggio, che puoi riconoscere dopo un secondo che suonano. Ma che abbia coinvolto tutto l'universo musicale e stravolto la tecnica espressiva c'è solo Hendrix». E Clapton? «Era molto personale agli inizi, poi si è annacquato di pop e commercialità. Clapton era un chitarrista con uno stile e un suono riconoscibile quando suonava con Mayall e i Cream. Poi è cambiato. Del "fenderista" non ha nè il suono nè l'attitudine. Appartiene più alla schiera dei chitarristi acustici amplificati». Un chitarrista dal suono personale, possessore fra l'altro della Stratocaster n. 1 è David Gilmour dei Pink Floyd... «In realtà l'ho ascoltato poco. I Pink Floyd sono sempre stati per me l'immagine di una musica che non era ascoltabile senza le luci, lo spettacolo. A me invece è piaciuto molto Nils Lofgren, grande chitarrista con uno stile molto personale, che ha lavorato spesso con Springsteen. E fuori della generazione "storica" quello che ha avuto maggiore importanza è forse Stevie Ray Vaughan, ultimo grande chitarrista innovatore nel blues, anche se si rifaceva molto a Hendrix, e ad Albert King...» Albert King ha appena reso miliardaria una ragazza al telequiz di Gerry Scotti. Forse è l'unica che sia mai diventata miliardaria col blues! «Probabile! Comunque Stevie Ray Vaughan, che è morto qualche anno fa un un incidente aereo, ha dato un ulteriore contributo unendo grande energia a una precisione da computer. Ora ha più imitatori lui di Hendrix. Un altro innovatore è Mark Knopfler che ha messo l'accento su alcune possibilità timbriche della Fender ascoltando un po' J. J. Cale, un po' Chet Atkins. In realtà se guardi chi ha usato questo strumento, sono uno diverso dall'altro». Non è mai stata la chitarra dei Beatles, mentre è stata molto usata dai Rolling Stones: «Ma gli Stones hanno sempre cercato di creare un muro di chitarre molto omogeneo e senza virtuosismi, è proprio in questo è la loro bellezza». Che mi dici della differenza fra hard rock e metal? «Ci sono i prototipi del metal come Deep Purple, Led Zeppelin, che però si sono sempre considerati solo hard rock. Ritchie Blackmore coniugava fraseggi classici con il rock blues e poi i metallari hanno enfatizzato questa idea esercitandosi sulle scale a gran velocità come Steve Vai, Joe Satriani, Yngwie Malmsteen. Il Metal è fatto da gente tecnicamente serissima che però fa una musica troppo spesso vuota. Però se piace, rispetto comunque tutti». Meglio uno strumento d'epoca o uno nuovo? «Lo strumento vecchio ha il suo fascino e quando lo suoni ti accorgi della differenza. Ma per chi ascolta il suono proviene dalle mani, dalla testa di chi suona. La differenza è più psicologica che tecnologica. Il legno stagionato lo avverti più nella chitarra acustica che nella elettrica. Con amplificazione distorsione effetti, non ti accorgi della differenza. Però resta un bell'oggetto. Conta il legno vecchio, la verniciatura, ma quanti sono in grado di sentirlo veramente? Io una volta ho fatto una serata acustica suonando una chitarra Eko giocattolo , usando lo slide, suonando brani come "Summertime". È stato un po' uno scherzo e un po' una sfida e la gente è rimasta sorpresa». Andrea Braido, già chitarrista di Vasco Rossi, una volta ha detto: «In fondo la chitarra è pur sempre un pezzo di legno». «È vero - commenta Tolo -, e se hai una giornata storta resta tale e anche tu diventi come un pezzo di legno quando suoni male. Ma questo vale per qualsiasi strumento». G. Al. |
| L'ARENA DI VERONA |
Martedì
27 Marzo 2001 |
© Copyright 2001, Athesis Editrice S.p.A. |
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TOLO
MARTON & LOSTIGUANA Il modo più facile per presentare Tolo Marton è dire che si tratta del più bravo chitarrista rock italiano. Questa definizione è però forse un po’ fuorviante, perché si rischierebbe di scambiare l’affermazione per un puro e improponibile paragone tecnico. Si tratta invece di una valutazione critica che tiene conto di quell’insieme di qualità che vanno dall’assimilazione di vari linguaggi musicali alla capacità di inventare uno stile assolutamente originale, al gusto e alla preparazione tecnica. Questo artista di Treviso, con una trentennale carriera alle spalle, è balzato recentemente agli onori delle cronache musicali per aver vinto a Seattle il Jimi Hendrix Electric Guitar Contest, votato da una giuria formata da affermati musicisti e addetti ai lavori dell’universo musicale statunitense. Inoltre, varie esperienze musicali a Austin e dintorni lo hanno messo in evidenza sulla scena texana, nonostante i talenti musicali siano abbastanza numerosi da quelle parti e l’Italia non abbia certo fama di terra di rocker. Nel concerto tenuto alla Blueshouse di Milano Tolo Marton è apparso in splendida forma e ciò è probabilmente dovuto anche al fatto di suonare con un gruppo, i Lostiguana (formato dai fratelli Max e Marco Michieletto, rispettivamente alla chitarra e alla batteria, e da Maurizio Feraco al basso) che lo asseconda con evidente entusiasmo e in maniera efficace. Lo spettacolo è iniziato con l’adrenalinico strumentale Pinto Creek e una versione di Crossroader dei Mountain. È poi proseguito con i brani più energici tratti dal suo ultimo disco Colours And Notes: Fought To Change, Moon Tears, Feel Down e It’s Getting Late. Non sono mancati momenti più rilassati come l’ispirata Univibe e l’agrodolce I’m Goin’ Home, o le psichedeliche New Rising Sun e Pali Gap, di Jimi Hendrix, quest’ultima iniziata traendone i primi accordi mediante la percussione delle corde con un piccolo cacciavite ‘cercafase’. Dopo averlo visto passare dai suoi brani originali a una versione acid bluegrass di All Along The Watchtower (traendo dalle sua Fender Stratocaster le sonorità del banjo mediante l’uso di un pezzettino di spugna sotto le corde), da esaltanti omaggi ai Cream (I’m So Glad) e Rory Gallagher (Laundromats) a uno strumentale di James Burton (Corn Pickin’), non rimane allora più alcun dubbio su questo musicista trevigiano: Tolo Marton è il vero Miracolo del nordest. Carmelo Genovese |
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"LA REPUBBLICA"
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Recensione CD Dal Vero di Marcello Matranga su BUSACADERO, gennaio 2003

| Intervista su JAM gennaio 2003 |
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Nel
1975 Tolo Marton, chitarrista poco più che ventenne, volava a Los Angeles
con Le Orme per incidere Smogmagica.
Il gruppo era all’apice della popolarità e per lui sembrava l’inizio
di una carriera in discesa. Poco incline a seguire passivamente le dubbie
regole dettate dai saggi di turno, Marton fu invece costretto dalle sue
stesse scelte a vivere nel duro circuito dei club portando avanti la sua
musica nell’ombra, aiutato da uno zoccolo duro di appassionati che lo
adora e non lo ha mai abbandonato. Ventitre anni dopo, in una fredda
giornata di gennaio, Tolo era su un aereo che ritornava da Seattle, dove
aveva ricevuto direttamente dalla famiglia Hendrix un inaspettato
riconoscimento alla sua sensibilità artistica. Altre volte era stato
nella patria del rock ricevendo dimostrazioni di stima ed ammirazione, ma
questa volta il ritorno aveva un sapore speciale: quello della definitiva
consapevolezza che la coerenza ha un prezzo impagabile per chi non smette
di rispondere alla propria coscienza di artista. Lo
abbiamo incontrato al termine di un concerto alla Blueshouse di Milano nel
quale, in occasione dell’uscita del suo primo disco dal vivo, ha
regalato momenti di grande musica con la sua magica chitarra. Era un appuntamento che non volevo
più rimandare, per me stesso e per tutti quelli che mi seguono, che da
tempo chiedevano un testimonianza di ciò che Tolo fa ed è quando sta sul
palco di fronte al pubblico. L'idea era
di fotografare un concerto dal vivo, riportando quello che vi succede, i
suoni e l'aria che vi si respira. Il primo passo è stato scegliere i
brani che avessero le caratteristiche adatte: improvvisazione,
interazione, energia, crescendi. Doveva durare tanto da contenere un
concerto intero. Il nostro repertorio è vario e non c'è rischio né di
ripetersi né di annoiare. Da qui la scelta del doppio album, lungo 2 ore
e mezza. Ho scelto di mixare il suono in modo naturale e aperto, con molta
separazione tra gli strumenti; come se chi ascolta si trovasse proprio di
fronte al palco, o quasi sopra. Da due anni
e mezzo. Li ho sentiti suonare una sera in un club a Treviso, si
chiamavano "The Terribile Treble" e facevano principalmente
cover di Hendrix, con una precisione quasi maniacale. Pur dovendo suonare
a bassi volumi, per esigenze del locale, mi colpirono per la convinzione
che riuscivano a trasmettere. Mentre li ascoltavo, mi sono come
"visualizzato" nel suonarci assieme, e non ho pensato due volte
a proporre una collaborazione. I Lostiguana si distinguono per due fattori
che di solito negli altri gruppi si escludono a vicenda: la tecnica e il
calore. Da un idea
del promoter Ivano Bosello, un appassionato del rock d'annata. Organizzava
un concerto per l'AVIS, ed essendo fan dei Deep Purple, ha contattato
Ian Paice e mi ha chiesto di esserci. A mia volta ho chiamato
Maurizio (bassista dei Lostiguana) e ci siamo ritrovati tutti e tre sul
palco dello "041" il 15 marzo 2002. Abbiamo suonato molto
Hendrix, da cui i due brani presenti nel CD, ma anche molti brani miei.
Ian Paice ha acconsentito a essere presente nel disco, e questo denota
quanto egli sia una persona squisita, oltre che grandissimo musicista. Rory
Gallagher è il guitar hero. Quello unico in cui incappi nei primi anni,
nell'età in cui sei estremamente influenzabile, quando tutto deve ancora
accadere. Dentro comincia ad arderti un fuoco e sei alla ricerca di
qualcosa che appartenga solo a te. Tutti ascoltano Led Zeppelin, Deep
Purple, Eric Clapton, ma tu vuoi trovare qualcos'altro, perché sai bene
che non riuscirai mai a identificarti con quelli, anche se sono grandi e
li apprezzi. Rory era diverso perchè suonava la chitarra con un senso di
ribellione disperata, con uno spirito free che ricordava più il jazz, pur
non possedendone le tecniche. La grinta e la rabbia del solitario, il
fraseggio così assurdo e imprevedibile da non riuscire a trovarne le
fonti. E un’immagine di uomo semplice, pensai: è come me! Vidi Nils a
Los Angeles nel 1975. Per coincidenza quello fu l'anno in cui Gallagher
smise di suonare come piaceva a me. Lofgren è l'opposto, è la
matematica, la precisione, ma anche un'originalità sia melodica che
ritmica che ti spiazza, un altro musicista enigma del quale è difficile
stabilire le fonti di ispirazione. Di Jimi Hendrix dico solo questo: è lo
spartiacque, il luogo in cui tutto confluisce e tutto si trasforma. E' il
passaggio obbligato, che prima o poi devi percorrere. I
personaggi che ho dipinto sulla chitarra sono quelli che mi hanno dato la
carica. Jerry Lee per il Rock'n'Roll; negli anni 70 mi sono perfino
cimentato al piano con il suo stile. Con B.B.King ho scoperto il vero
blues, nero ed elegante. Con Muddy Waters quello più profondo. Joni è la
mia "Music Lady", quanto ho ascoltato i primi dischi, impregnati
di melodie personali! Da lei ho capito che la chitarra non esiste solo per
fare assoli. Ma ci sono altri musicisti
che ho seguito, come Paul Simon, JJ Cale, Santana, Cream, Beatles,
Chuck Berry, musiche da film, e perché no, i Rokes! Senza scordare i
vecchi 45 giri dei miei fratelli più grandi, che ascoltavo da bambino,
Santo & Johnny, Paul Anka, Conway Twitty, Elvis. Ho la
tendenza ad annoiarmi a suonare sempre le stesse cose, perciò non è
facile mettermi su uno scaffale. Ma ormai questo "handicap" è
diventato un punto di forza che il pubblico apprezza per la varietà del
nostro repertorio. Comunque i club sono messi molto male: mi riferisco
all'inflazione causata dalle tribute band e dalle cover band. Anni fa
saper fare pezzi famosi serviva a imparare a suonare, ora sembra il punto
di arrivo… Con il risultato che i musicisti che tentano di fare qualcosa
di proprio non trovano spazio. No, e se
tornassi indietro, vorrei essere più duro nei confronti di chi è troppo
gentile con le persone che contano, e troppo poco con i semplici e
inesperti. Se sono un vero musicista o ne do solo l'impressione. Carmelo
Genovese, Jam gennaio 2003
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| Mancalacqua
in Blues . Partenza bruciante per la rassegna: il
chitarrista-compositore-cantante entusiasma il pubblico |
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| Tolo, una straripante
tecnica |
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| Una grande performance. Al
suo fianco gli ottimi Lostiguana |
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Diavolo d'un Tolo Marton! Con il territorio scaligero ha un'antica consuetudine, ci fa visita almeno una volta all'anno, ma anche al Palasport di Lugagnano riesce a sorprendere ed incantare un pubblico entusiasta di più di 400 persone (una simpatica curiosità, a testimonianza del suo particolare legame con Verona: indossava la 'storica' T-shirt del Posto, quella con lo slogan «La musica è la mia droga»). Sono quasi due ore che il suo rock/blues elegante, penetrante come una lama d'acciaio, tiene i fans con il fiato sospeso, pensi che stia per congedarsi al termine di una sorta di dilatata jam sulla sua antica E anche grazie alla sua splendida band, i Lostiguana (in gran spolvero per l'occasione, in particolare, il batterista Marco Michieletto), ti par che sul palcoscenico non ci sia un quartetto, ma tutta un'orchestra precisa al millimetro, con la chitarra del leader fendente e tagliente in profondità, e capace poi, proprio come la musica del maestro, di aprire spazi visivi enormi, spettacolari. Da brivido, ancora una volta. Il fatto è che Marton, pur a cinquant'anni 'suonati', par sempre conservare la voglia di indagare, di divertirsi come un bambino nello scoprire nuove fonti di piacere sonoro, come se la sua stupefacente tecnica strumentale fosse soltanto un grimaldello per aprire nuove porte, e non un monile da mettere sotto bacheca. Sul palco, e lì la prima sorpresa, si è presentato da solo, armonica e chitarra acustica - la sua 'nuova' passione - per una rilettura di due sue 'vecchie' composizioni, Il chitarrista/compositore/cantante (anche la vocalità, oggi, è all'altezza dello strumento: si è fatta più pastosa, robusta), insomma, regala una partenza bruciante alla seconda edizione di Mancalacqua in Blues, con una performance ancora una volta di grande bellezza. Oltre a tutto, Marton nell'occasione è anche allegro come non mai. Dopo Un musicista generoso in tutti i sensi, oltreché talentuoso, che fa impallidire tanti altri presunti "eroi del rock" di casa nostra. |