Rassegna stampa

Tolo 1983 f.di R.Gandolfo

La patente del "Guitar Hero"

L'Arena, recensione Mancalaqua ott 2003 B.Montresor

http://www.ilpopolodelblues.com/rev/aprile06/recensioni/Tolo-Marton-Trio.html recensione cd stra live

L'Arena (recensione 16/4/2001)

Colours And Notes (recensione da "JAM")
Colours And Notes (recensione da "Musica! di Repubblica")
Tolo Marton (recensione da "Cosmic Debris" rivista di Seattle)
Ritratto d'autore: TOLO MARTON ("L'isola che non c'era")
Tolo Marton, una splendida lezione di stile (recensione da "La Pronvincia")
Intervista a Tolo Marton: A MAN IN BLACK
Intervista a Tolo su Hendrix e la chitarra Fender (Gazzettino, 21 marzo 2001)
Recensione su concerto a "IL POSTO" su L'ARENA  (Beppe Montresor, 27 marzo2001)         

Recensione su Jam:"Il vero Miracolo del Nord Est" (Carmelo Genovese,genn.2001)

Gennaio 2002 Recensione da"STAMPA" del concerto con Paolini e Brunello

Gennaio 2002 Recensione da"Repubblica"concerto con Paolini e Brunello

Il Gazzettino recensione concerto con Ian Paice allo "041" marzo 2002

CD DAL VERO recensione di C.Genovese su JAM dicembre 2002

CD DAL VERO recensione di  Flavio Brighenti su MUSICA DI REPUBBLICA 31 ott 2002

CD DAL VERO recensione di Marcello Matranga su Buscadero genn.2003

Intervista di Carmelo Genovese su JAM genn.2003

Rocklab.it Recensioni Tolo Marton - Dal vero 

 Rocklab.it Interview Tolo Marton - Rock in libertà intervista di M.Redaelli

The Aviator - Deep Purple Fan-Club Germany -DAL VERO recensione del CD live

tolomarton.html recensione del CD Dal Vero sul sito americano bluesrockers


tratto da:
MUSICA di Repubblica
12 febbraio 1998

La patente del "Guitar Hero"

(di Flavio Brighenti)

Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti, sentenziava Roberto Freak Antoni in uno dei suoi più gustosi aforismi. Lo strano caso di Tolo Marton, chitarrista trevigiano, una carriera pluriventennale avviata nel segno del blues, del rock, del country, maturata poi oltre i bordi di genere, con l’unico solco irrinunciabile della creatività, conferma la liceità di quella battuta. Perché Marton, al di la dello zoccolo duro e affettuoso dei suoi fan, è ancora un musicista misconosciuto nel Belpaese, mentre al di la dell’oceano s’è conquistato lo status invidiabile di "guitar hero". Il 18 gennaio scorso, a Seattle, la città di Jimi Hendrix e del grunge, Tolo ha vinto il Voodoo Child Award, il prestigioso concorso internazionale per chitarristi organizzato dalla famiglia del mancino leggendario con Guitar Player Magazine, Fender, Aiwa e Musicians Insitute of California. Dopo le precedenti selezioni – Marton s’era già aggiudicato la "tappa" intermedia di Austin – il veneto era l’unico europeo rimasto in gara. "E’ una gran bella soddisfazione, certo, soprattutto perché la finalità del concorso era quella di mettere in luce i talenti della chitarra elettrica vicini per tecnica, fantasia e creatività allo spirito artistico di Jimi" assicura Marton. Non è un premio destinato ai mostri del virtuosismo, insomma, non una sfida all’OK Corral tra i chitarristi più veloci della luce. Piuttosto, un attestato di stima a chi, praticando l’arte della musica, non ha mai perduto la bussola dell’inventiva, della comunicativa, dell’emozione genuina. "Ciascun concorrente doveva esibirsi in due brani, una cover di Hendrix e uno di propria composizione" racconta Marton "io ho scelto Red House, proponendo poi Alpine Valley, uno strumentale del mio repertorio recente. Credo che sia piaciuto…". Si schermisce, Tolo. In realtà quel brano è una sintesi perfetta della sua sensibilità, di un talento compositivo e interpretativo che accarezza le corde del sentimento, e le agita con morbida passione. Ma l’umiltà è una seconda pelle, per Marton. Fosse caratterialmente più aggressivo, forse adesso sarebbe un eroe di chitarra riconosciuto in Italia non soltanto da un popolo di eletti. E non sarebbe costretto a pubblicare i suoi dischi in Olanda, com’è capitato per l’ultimo, fulminante My place is close to you, licenziato dalla Provogue e distribuito da noi dalla Srazz Records. "Il fatto è che non ho una collocazione precisa di mercato, più che un bluesman mi considero un musicista libero. E infatti nei miei concerti mi diverto a mescolare le influenze blues con il rock, il jazz, la psichedelia, il folk, il Tex-Mex, lo spaghetti – western … Proponessi ogni sera la stessa scaletta, per me sarebbe la morte civile", spiega. Così, sfuggendo ad ogni tentativo di classificazione, Marton s’è ritagliato la sua piccola fetta di appassionati, gente dalla fede incrollabile, per la quale l’axeman di Treviso è un mito e, insieme, l’amico (di chitarra) della porta. Una reputazione conquistata attraverso l’esperienza con le Orme, ai tempi di Smogmagica, la partecipazione a svariati festival italiani di blues, le frequenti jam session con la Jack Bruce e Ginger Baker, cinque dischi da solista e un’attività live decisamente corposa, con una bella incursione in Texas alla fine del ’93. A quell’epoca, Radio KGSR lo definì addirittura "killer guitar – slinger from Italy" , il fromboliere della sei corde elettrica. Adesso, a 46 anni, la conquista del Woodoo Child Award, ricevuto dalle mani di Al e Janie Hendrix, rispettivamente padre e sorella di Jimi, gli restituisce lo spettro più ampio della fiducia, una spinta fondamentale per qualsiasi artista. "Ho attraversato parecchi momenti di crisi, lo confesso. E devo tantissimo al sostegno di mia moglie Carla, soprattutto, se sono arrivato "indenne" sino a qui". Indenne e vincente, finalmente: perché il ruolo di "loser" è molto romantico, nell’epica del rock, ma lascia le tasche dannatamente vuote.

 

Venerdì 16 Marzo 2001
Il Posto. Il musicista veneto che il mondo ammira
I colori e le note di Tolo Marton
Di lui, la rivista specializzata «Jam» ha scritto, recensendo il suo ultimo lavoro «Colours and Notes» (uscito alla fine del 1999), che si tratta del «più dotato e intelligente chitarrista rock che l'Italia abbia mai avuto». Trattasi del trevigiano Tolo Marton, stasera in concerto al Posto, come fa da alcuni anni, per tradizione, ad inizio primavera. E con il giudizio sopra riportato, concordiamo pienamente soprattutto per quanto riguarda le sue prestazioni dal vivo. Tolo Marton è un grande virtuoso della chitarra, ma ha sempre avuto il dono di privilegiare la propria urgenza comunicativa allo sfoggio tecnico. Artisticamente, il suo retroterra musicale è il maestoso fiume del rock-blues anni '70. Tra le tante influenze, lui cita tra i chitarristi Nils Lofgren, Rory Gallagher, B.B.King, naturalmente Jimi Hendrix, ma anche un jazzman come Charlie Christian. E sintomatico dell'apertura mentale a tutto tondo del musicista di Treviso è anche il suo dichiarato amore per personaggi tanto diversi come Paul Simon, Joni Mitchell, Doors, Miles Davis, Henry Mancini, Cream, Morricone. Tre dischi autoprodotti negli anni '80, quattro nel decennio successivo, uno dei quali registrato negli Stati Uniti, e soprattutto, a dargli una fama ben al di là del circuito «da culto» dei music-club, la clamorosa affermazione, nel '98, al «Jimi Hendrix Electric Guitar Festival» di Seattle, una manifestazione organizzata dalla famiglia del grande chitarrista scomparso nel '70. A quel punto Marton, che già da alcuni anni si esibiva regolarmente in America soprattutto a Austin, «capitale del rock-blues», si è guadagnato anche oltreoceano la fama di grande erede di Jimi. Ulteriore elemento d'interesse, per quanto riguarda stasera, è che Tolo arriva al Posto con la sua nuova band dei Lostiguana, allestita l'anno scorso e formata da musicisti di Treviso: Marco Michieletto alla batteria, Massimo Michieletto alla chitarra, Maurizio Feraco al basso. (b.m.)

 


Tratto da:
JAM
Dicembre 1999

Tolo Marton
Colours And Notes
(VTM - Storie di Note)

(di Paolo Vites)

Come sarebbe diversa la scena del Rock italiana se le tanto millantate rock star nostrane (e non facciamo nomi per pudore) volessero affidarsi a dei veri chitarristi, e non a quelle pallide imitazioni di guitar hero che infestano i palchi di casa nostra, che l’unica cosa che hanno del ruolo è probabilmente il look, ma non la tecnica e il cuore che ha Tolo Marton. Vincitore del Woodoo Chile Award Winner nel 1998 (il prestigioso premio assegnato personalmente dalla Hendrix Family al miglior chitarrista in "stile Jimi Hendrix"), il trevigiano Tolo Marton da anni preferisce frequentare i club di Austin e di mezza America che quelli di casa nostra. Non rinuncia, di tanto in tanto, a incidere album come questo riuscito Colours And Notes. Se Tolo non ha forse una perfetta timbrica vocale le sue composizioni sono oneste professioni di rock blues venato di country (talvolta ricordano Calvin Russel o il suo amico Jimmy LaFave), è però quando partono quelle note di chitarra che tutto cambia: deliziosamente hendrixiano ma senza strafare, raffinatamente claptoniano (o meglio, alla Stevie Ray Vaughan), la sua chitarra ci guida in una musicalità fantasiosa, mai banale, rispettosa della tradizione e infine intelligente quando rilegge in chiave bluegrass "acida" All Along The Watchtower (il vecchio Bob impazzirebbe a sentirla). Ci sono, naturalmente, altre cover, come Pali Gap di Hendrix, o la bella It’s Getting Late (Stuart Magness), ma non sfigurano le composizioni di Marton, come ad esempio Welcome To America. Voto : 7

Perché: il più dotato e intelligente chitarrista rock che l’Italia abbia mai avuto si diverte e ci diverte


 

Tratto da:
Musica di Repubblica
16 settembre 1999

TOLO MARTON
Colours and notes
VTM Storie di Note

(di Flavio Brighenti)

Rigenerato dalla vittoria al Voodoo Chile Award di Seattle, nel gennaio del ’98", il trevigiano Tolo Marton riprende ad esplorare l’arcipelago blues nell’ottica della reinvenzione onirica e psichedelica cara al "suo" maestro Jimi. Realizzato fra il Veneto e il Texas, questo suo settimo album parla il linguaggio d’una matura identità stilistica che interseca visionarietà e virtuosismo. Marton mette la museruola al Narciso che alberga volentieri nei chitarristi talentuosi, e lascia che siano piuttosto suono passione e istinto a condurlo nelle vertigini del suono. Cosa che accade puntualmente nelle dieci canzoni di sua composizione e nelle tre covers: I’s getting late di Stuart Magness, Pali gap di sua Maestà Hendrix (da Rainbow Bridge) e la Dylaniana All along the watchtower, pressochè irriconoscibile – eppure magnifica – nella sua andatura galoppante in "fingerpicking": soave qualità folk.


tratto da:
Cosmic debris

TOLO MARTON

Colors And Notes ( VTM - Storie di Note )

Tolo Marton first caught my attention in January of 1998 when he took home the honors at the Jimi Hendrix International Guitar Competition with a straightforward rendition of "Red House". He slipped me a CD that night, and I discovered a player who transcended the Hendrix cover clone trap that he could easily have settled for.

His latest, Colors And Notes, shows even greater range and originality. There is, of course, the Hendrix tune ("Pali Gap") that seems obligatory for a player who received the Voodoo Chile Award from Al Hendrix himself, but there’s so much more. The predominant color, of course, is blue ( as in the blues ), but his pallete is far wider. Marton’s trademark is a cap with jazz emblazonet on it, and it’s a fitting image. Behind many of the deceptively simple rhythms he uses for his original compositions lies some remarkable improvisatory guitar work.

Most of the best work here consist of his originals, but his version of "All Along The Watchtower" finds a percussive country shuffle buried within the tune that is somewhat startling but totally pleasing. Other highlights include the full force rave-up "One More Train" and the be-boppish delight "Slim And Animal".

Released on the Italian label VTM, this one may be hard to find, but it’s worth the effort. If you can’t get it anywhere else, try Tolo direct by e-mailing jazhat51@iol.it.

Track List:

It’s Getting Late * If There Is * Fought To Change * Univibe * Feel Down * Wellcome To America * Pali Gap * Questions * All Along The Watchtower * I’m Going Home * One More Train * Sleepless * Slim And The Animal

Reviewed by Shaun Dale

 


L’isola che non c’era

Ritratto d’autore
TOLO MARTON

(di Stefano Tognoni)

L’uscita dell’ultimo lavoro di Tolo Marton, "Colours and Notes", si e rivelata l’occasione propizia per approfondire la conoscenza di un personaggio che meriterebbe maggior considerazione dai media. Chitarrista versatile e completo, dotato sia di invidiabile tecnica che di "cuore", autore di tutto rispetto, è giunto ormai al settimo CD. Molti lo ricordano per una sua fugace apparizione nelle Orme. La sua vittoria al Jimi Hendrix Electric Guitar Festival, la sua sempre intensa attività live e gli ottimi CD proposti lo stanno finalmente premiando

Parlaci del tuo cammino artistico degli inizi. II principio della tua attività professionale viene fatto corrispondere con la tua esperienza nelle Orme, con le quali hai registrato a Los Angeles "Smogmagica" (1975). In realtà avevi precedentemente inciso dei 45 giri per la EMI, di cosa si trattava?
Prima delle Orme avevo già suonato con diversi gruppi in Veneto. Ho iniziato con la chitarra verso la fine del’66. Ascoltavo tutto quello che mi capitava, senza preoccupazioni di generi. Uno dei primi gruppi a cui ho dato nome nel 1971 si chiamava B.E.S.T.I.A., con cui suonavo pezzi di Rory Gallagher, Grand Funk ecc... Prevalentemente facevamo audizioni per sale da ballo, ma pochi ci prendevano, perché il nostro genere era troppo spinto. Poi ho suonato con altri gruppi (sempre in sala da ballo) che facevano un rock più accettabile, tipo Joe Cocker, Stones, Deep Purple...Uno di questi gruppi si chiamava Raptus, con cui ho inciso per la EMI due brani originali e due cover dei Beatles (Eleanor Rugby e I Wanna Hold Your Hand) ovviamente riarrangiate.

Come mai il tuo rapporto con Le Orme si e sciolto in modo cosi repentino?
Perché, a pochi giorni dall’inizio del tour promozionale per il nuovo disco ("Smogmagica"), mi avevano imposto un’immagine e dei travestimenti non adatti a me, in cui mi sarei sentito a disagio. Mi opposi ma non c’è stato modo di far loro cambiare idea. Oltre ad aver gettato via una sicura carriera, resta l’amarezza che ancora oggi incontro ai concerti gente che giura entusiasticamente di avermi visto suonare con le Orme negli anni ’70. E questo perché Germano Serafin, che mi aveva rimpiazzato, non veniva praticamente neanche presentato durante gli show.

Perché il tuo nome viene quasi sempre associato al Blues? In realtà, sia su CD che dal vivo, sono evidentissime le contaminazioni Country, Rock, Psichedeliche, Jazz, che rendono uniche le tue sonorità per il panorama musicale italiano...
Purtroppo molti giornalisti poco attenti continuano a farlo. Ho dato spazio al Blues più in passato, quando questa poteva essere una scelta meno scontata, ma allo stesso tempo ho sempre, soprattutto discograficamente, messo in chiaro di avere molteplici influenze. Un altro motivo è forse il titolo del mio primo disco ("The Blues Won’t Go Away")¸che non era per niente un disco di Blues e il titolo riprendeva solo un verso di una delle canzoni. Tutta questa storia mi fa pensare che c’è gente che non distingue molto uno stile da un altro. Non chiamatemi bluesman per favore!

Dal 1980 al 1983 hai prodotto ben tre LP, poi, nella tua attività discografica ci sono stati ben nove anni di stop, fino a "Toloquarantasuonati" (1992). Cosa ti ha spinta a una pausa così lunga e cosa hai fatto nel frattempo, com’è tornato l’input per riprendere a pieno l’attività?
E stata solo una pausa discografica, in realtà ho suonato moltissimo dal vivo. I primi tre dischi erano autoprodotti e non volevo più incidere nulla se non attraverso una vera casa discografica. Nel ’90 David Srb il mio bassista di allora mi propose: "c’è questo produttore di Bologna che ti vuole far incidere un disco per la sua etichetta". Poco convinto, ma David insisteva, decisi di registrare "Toloquarantasuonati". Un CD che ebbe un destino curioso. Per strani accordi stipulati tra certi signori, venne pubblicato dalla RTI, senza promozione né distribuzione... fu messo fuori catalogo e finì al macero.

Credi che qualcosa sia cambiato nell’ambiente musicale italiano dai tuoi esordi ad oggi?
E peggiorato, almeno una volta c’erano più musica e inventiva, ma questo succede anche in America. Certo, oggi da noi ci sono più music club, ma questo è anche merito mio, e dicendo questo spero di non sembrare immodesto.

Dalla fine degli anni ’80 hai iniziato a recarti sempre più frequentemente negli USA, principalmente ad Austin. Che spunti positivi hai tratto da questi viaggi? Come giudichi la scena musicale Americana nei confronti della nostra?
Frequentare attivamente posti come Austin o New Orleans mi ha rinforzato e ridato fiducia. Ho perfezionato alcune cose, ma ho capito anche che loro sono loro ed io sono io. Imparare non vuol dire copiare, né far finta di essere ciò che non si è. La scena americana non è tutta rose e fiori. I musicisti sono tantissimi e bravi. Ho visto dilettanti che farebbero sbavare molta gente di qui, costretti però a fare altri lavori per vivere, comunque di solito chi ce la fa è anche bravo. In quanto ad originalità ci sarebbe da discutere, mentre di buono c’è che la musica. In America, la musica, fa parte della vita di tutti i giorni come il cibo e tutto il resto. Qui è ancora un optional, con le inevitabili conseguenze.

Nel 1998 hai vinto a Seattle, sbaragliando chitarristi da ogni parte del mondo, il "Jimi Hendrix Electric Guitar Festival". Credo che la cosa fondamentale del concorso sia il fatto che la giuria non cercasse un "clone", ma un artista che con la sua tecnica e fantasia, ricordasse lo spirito di Hendrix. Puoi raccontarci le fasi salienti di questo importante concorso?
Il concorso e iniziato nel’96. Un annuncio su Guitar Plaver Magazine diceva: "Cerchiamo un chitarrista che possegga il talento e la creatività che ricordino lo spirito di Jimi Hendrix". Bisognava presentare un proprio brano e uno di Hendrix. Io scelsi il mio Alpine valley e Red house. Passate le prime selezioni fui invitato ad Austin, presso la Zona Rosa per le finali del Texas. Pensa che ricevetti l’annuncio solo quattro giorni prima, a momenti neanche volevo partire. Lì "affrontai" nove chitarristi americani e vinsi. Dopo quasi due anni andai a Seattle per le finalissime. Eravamo rimasti in sette, c’era anche una chitarrista che fece Foxy Lady (lei aveva suonato anche con Micheal Jackson). Poi c’era un nero, mancino e di Seattle, che faceva un sacco di scena, suonava coi denti ecc.... Il pubblico era in visibilio e io mi sentivo un pesce fuor d’acqua. Mi dicevo: "Qui non ho capito niente, ancora una volta premieranno l’immagine e non la musica". Ma nello stesso tempo avevo la sensazione che non sarebbe andata cosi. Quando Al Hendrix pronunciò la fatidica frase "...and the winner is…Tolo Marton!", ho provato una gioia mista a imbarazzo, quasi un senso di colpa. Imbarazzo per i festeggiamenti, e senso di colpa perché non mi piacciono le competizioni, anche se, quando avevo letto quell’annuncio qualcosa era scattato e sentivo di dover tentare.

I tuoi colleghi d’oltreoceano e i media come hanno vissuto la tua vittoria? Che riscontri hai avuto negli States?
Sia ad Austin che a Seattle gli altri chitarristi hanno accettato la mia vittoria di buon grado, complimentandosi e dicendo che la meritavo. Ovviamente è un buon biglietto da visita che mi porto dietro ovunque vado, anche se devo confessare che a volte è un vestito che mi va un po’ scomodo. Ma non nego che mi sta aiutando non poco. In America ho avuto più spazio sia nei media che nei concerti.

Hai suonato, dopo la vittoria, con due leggende viventi come Billy Cox e Buddy Miles, The Band Of Gypsys oltre ad essere stato premiato dal padre e la sorella di Jimi, cosa hai provato?
Beh, in quei momenti le uniche cose a cui riuscivo a pensare erano mettere a posto i collegamenti della chitarra e suonare senza essere troppo invadente. Lo stesso mentre il padre di Jimi Hendrix mi premiava, grande gioia e confusione. Ci si rende conto dopo di quello che è successo.

Veniamo ora al tuo ultimo lavoro, "Colours And Notes". L’ho ascoltato molto attentamente. E’ un CD davvero ottimo, non catalogabile in un unico genere date le molte influenze e varietà di stili presenti, ma reso omogeneo da un’unità emotiva ben precisa. Come hai lavorato alla sua realizzazione? Che mercato credi possa avere e che riscontri credi possa portare?
Sono contento che tu abbia capito lo spirito di questo lavoro. Le fasi produttive di "Colours and Notes" (a proposito, questo titolo mi è venuto anche per merito della copertina, disegnata da Marco Singh), è stata divisa in tre fasi ben distinte: alcuni brani, tra cui Univibe, Questions, sono stati incisi ad Austin nel 96, subito dopo aver vinto le finali in Texas, in uno stato d’animo veramente propizio, tutti al primo colpo. Poi sempre ad Austin nella primavera del 99, ad esempio Welcome to America, e a Treviso la scorsa estate, un po’ in studio, un po’ a casa (Pali gap). Quando registro tento di liberare la mente da pensieri del tipo: cosa mi posso aspettare, a chi mi rivolgo.. e mi concentro sulla musica. Spero sempre di non perdere la spontaneità e la fantasia, e magari inseguo un po’ di originalità. In quanto al possibile mercato, metto l’accento proprio sull’aggettivo "possibile", perché nessuno fino ad ora mi ha offerto delle vere possibilità, e così per me tutto è possibile e impossibile allo stesso tempo. Certo, dopo una vita passata a suonare per la gente, so quali sono i brani che venderebbero ed anche tanto, ma come posso spiegarlo ai discografici, raccomandati e raccomandanti? Di queste cose mi è venuta la nausea tanto tempo fa.

Cosa vuoi che gli ascoltatori capiscano di te da questo CD?
Che sono un musicista libero, non voglio etichette. Che attraverso la musica esprimo anche i miei dubbi e incertezze. E che tutti possiamo essere dei liberi fruitori di musica, liberi da leggi di mercato che non vogliamo.

Canzoni come Univibe, I’m Going Home e Slim and the Animal potrebbero essere perfettamente inserite in un a colonna sonora di un film; ti cimenteresti volentieri in una simile esperienza?
Certamente. Anche di Alpine Valley molti hanno detto che sarebbe perfetta per un film. Certe musiche dei film mi hanno sempre affascinato.

Che importanza attribuisci ai testi e come affronti la loro stesura?
Scrivere testi è una necessità ma anche una scomodità di cui farei volentieri a meno. Visto che devo farlo, cerco di dire cose semplici ma vere e oneste, così nessuno può criticare perché racconto delle balle. Per la stesura parto sempre dalla musica.

Ora che il tuo nome finalmente inizia a trovare sempre più spazio anche sui mercati italiani, saresti interessato ad offrire la tua chitarra a famosi artisti nostrani, non come session man, ma realmente per dare il tuo contributo attivo. Insomma se qualcuno cercasse la tua chitarra in quanto chitarra di Tolo Marton, saresti disponibile o continueresti per la tua strada?
Può darsi di sì, ma per risponderti dovrei trovarmi in questa situazione, cosa che (a parte un episodio di molti anni fa con Massimo Bubola) veramente non è mai avvenuta.

Che rapporto hai con la chitarra?
A volte la chitarra è come la coperta di Linus, dà una certa sicurezza, però può anche far innervosire. Sono affascinato anche dall’oggetto in sé, le chitarre vecchie, quelle che suonano meglio, però quando vado sul palco mi porto dietro quella un po’ meno… buona, chissà perché. Poi mi piace scambiarne i pezzi, un manico di una con il corpo di un’altra e vedere cosa succede.

Soprattutto dal vivo si rimane impressionati dall’uso che fai del controllo dei toni, del vibrato e del volume, oltre che dell’uso non certo comune del plettro per il pollice (thumb pick). Come hai sviluppato questa tecnica? Quali artisti ti hanno influenzato?
I potenziometri del volume e tono ho cominciato a sfruttarli fin dal primo momento. Perché non usarli, dato che ce li hanno messi? E non solo per alzarmi negli assoli. Ormai posso dire che non stanno mai fermi, è diventato istintivo per me. Ho deciso di usare il thumb pick dopo aver visto Nils Lofgren a Los Angeles nel ’75. Chitarristicamente parlando, devo molto a Rory Gallagher, Hendrix, Lofgren, B.B. King, ma anche a non chitarristi, come Jimmy Smith e Miles Davis.

Non credi che proporti dal vivo in quartetto, anziché nel classico trio, ti consenta maggior libertà d’azione oltre a permetterti di offrire arrangiamenti più vari ai brani?
Sicuramente suonare in quartetto, con un altro chitarrista, permette di concentrarmi di più negli assoli ed avere degli arrangiamenti più rotondi e completi, soprattutto nei brani più melodici. Non direi che mi dà più libertà di movimento però. Il trio, al quale mi sono abituato da sempre, è più difficile, ma stimolante. Posso variare ed improvvisare di più. E’ una sfida, una bella sfida che mi ha sempre affascinato.

Anche se la nostra non è una rivista di chitarra, potresti citare la strumentazione a cui ti affidi abitualmente?
Uso la Fender Stratocaster fin dal 1970. E’ uno strumento forse più difficile, ma non ha limiti di dinamica. Uso poi amplificatori tipo Fender, soprattutto perché rispondono alle variazione del tocco meglio degli altri. Gli effetti più usati sono un distorsore Mxr+ e un Rotosphere.

Svolgi attività didattica?
Qualche volta, più che altro seminari.

Quali sono i chitarristi, o comunque gli artisti italiani che stimi maggiormente?
Non conosco molto bene i miei colleghi, ma Claudio Bazzarri è sicuramente molto bravo. Ci sono dei chitarristi acustici che hanno lavorato molto per affinare la loro tecnica, come Pietro Nobile. Quando ascolto altri musicisti, ho imparato a dimenticarmi di essere anch’io un musicista, e questo mi aiuta a distinguere la qualità e la fantasia dalla mera tecnica. Poi stimo molto Paolo Conte, mi piaceva Modugno, Tenco, Pino Daniele di qualche tempo fa, un po’ il primo Celentano e Battisti, anche Nada. Il problema per i nostri storici interpreti della così detta musica leggera (Mina, Morandi o Celentano), è che non hanno più della musica buona da cantare. Quasi mi offro volontario per venire in loro soccorso…

Cosa pensi della musica su Internet? Credi possa aiutare la distribuzione per certi artisti o essere addirittura dannosa?
Penso che anche Internet aiuti di più gli artisti già famosi. Quante sono le persone che hanno tempo e voglia di andare a spulciare tra gli sconosciuti? Non vedo grandi danni, la SIAE ne fa di più. E poi, finchè un libro di barzellette dell’ultimo comico televisivo avrà l’Iva al 4% mentre un CD di Beethoven o Charlie Parker al 20%….

Che progetti hai per il futuro?
Questa domanda mi mette sempre a disagio. Non riesco a fare progetti al di là di un paio di settimane… potrei unirmi ad una orchestra sinfonica. Sai, a Natale mi è capitato di suonare accompagnato da un’orchestra di 45 elementi con tanto di direttore in frac!

Cosa vorresti dire che non ti ho chiesto?
Forse sto dando l’impressione di essere un po’ disincantato o pessimista, ma credo ancora nel grande potere della musica, quando è viva. E, prima di salire sul palco sono sempre nervoso come la prima volta.

Colours and Notes
VTM-STORIE DI NOTE 1999-2000

Il settimo album del trevigiano Tolo Marton si distingue dai precedenti, prima ancora di addentrarsi all’ascolto del CD, a partire dalla coloratissima, atipica psichedelica copertina.
Il traguardo raggiunto è fondamentale per vari motivi. Con "Colours and Notes" Tolo ha toccato infatti il livello più alto della sua non molto prolifica, anche se ventennale, carriera solista, e ha altresì confermato la credibilità e rispetto conquistata negli States. Tredici tracce di ottimo livello, ben dieci delle quali scritte interamente da lui stesso, più tre cover, Pali gap di Jimi Hendrix, It’s Getting Late di Stuart Magness e All Along the Watchtower di Bob Dylan. Quest’ultima canzone merita un discorso a sé. Ammettiamolo, prima di ascoltare il brano, dopo aver letto il titolo, il pensiero corre da solo: "la solita strasfruttata cover…". E invece, Marton, è riuscito nella difficile impresa di ridare nuova vita ad una canzone mitica, stravolgendone completamente, rispetto ad ogni altra versione, l’arrangiamento e le sonorità, ottenendo un misto tra folk e bluegrass con una bellissima chitarra in finger picking che in alcuni passaggi ricorda il Knopfler dei Nothing Hillbillies. Il dire che Marton ricordi in alcuni brani altri celebri chitarristi (Hendrix, J.J.Cale, etc) non è certo riduttivo. Infatti, (e questo è un suo grande merito), pur avendo assimilato tecniche e stili di vari chitarristi, è riuscito a creare un suo personale suond che rende riconoscibile ed inconfondibile la sua Stratocaster. Univibe, di grande atmosfera e con un uso magistrale del wha wha, è davvero entusiasmante e, con Sleeplees, potrebbe figurare alla grande su un CD di J.J.Cale o Tony Joe White. Da ascoltare sicuramente è anche la jazzata e completamente strumentale Slim and the Animal, canzone che conferma la difficile catalogabilità di "Colours and Notes" all’interno di un unico genere musicale.
Non manca nemmeno un ospite di prestigio, Ponty Bone all’accordion (in I’m going Home e nell’autobiografica Welcome to America), artista che nel corso della sua lunghissima carriera ha collaborato, tra gli altri, con Joe Ely, Jimmie Dale Gilmore, Butch Hancock, Alejandro Escovedo. I principali musicisti che hanno coadiuvato Marton sono Vic Vian e Alex Marinoni al basso, Mark Smith e Dan Frezek alla batteria. In Italia abbiamo trovato (c’era già, era solo andato qualche tempo a suonare e a stupire in America) finalmente un chitarrista versatile, innovativo, completo dotato anche di un grande "cuore", musicalmente parlando , e non solo di mera tecnica. La speranza è che finalmente possa raccogliere, anche da noi, il meritato successo. Proponendo CD di questa caratura sarebbe pazzesco non accadesse. O forse è proprio per questo che il mondo è pieno di pazzi?


tratto da:
"La Provincia"
12 dicembre 1999

LIVE. A Torno con Marinoni, Boscolo e Callegaro spazia dal mito Hendrix al "Pink Panther Theme"

Tolo Marton, una splendida lezione di stile

Sul palco del Capolago il chitarrista trevigiano ribadisce una coerenza artistica che non vacilla

(di Andrea Cavalcanti)

 

Un musicista maturo e originale, in grado di esprimere con impeccabili virtuosismi la grande lezione di un chitarrismo cristallino nella forma ma dal genere difficilmente definibile.

Ma, soprattutto, un artista coerente, vissuto e disincantato, dall’umanità a volte sorprendente, ben conscio della propria realtà e capace di rimettere sempre tutto in discussione, a cominciare da se stesso.

E’ quel che è apparso giovedì sera, al wine bar Capolago di Torno, il 48enne chitarrista trevigiano Tolo Marton, assistito nell’occasione dal fedele bassista Alex Marinoni, che ne condivide le esperienze live ormai da cinque anni, dal chitarrista Alberto Boscolo e dal batterista Paolo Callegaro, suoi compagni di viaggio da due mesi.

Punta più ad esprimersi come vuole sulle corde della sua Fender Stratocaster ("un modello vecchio") che a farsi pubblicità questo guitarist riservato che si dice piuttosto pessimista sul futuro della musica: "A casa ascolto prevalentemente musica classica. Tutti vogliono attaccarmi a tutti i costi un’etichetta: io sono semplicemente la mia musica che parte da una base americana per andare un po’ dovunque … Non posso definirmi un bluesman, non voglio definirmi…".

E’ vero: meglio non definirlo, anche se negli Usa ha vinto un concorso chitarristico mondiale organizzato dalla famiglia Hendrix. Anche se, sotto Natale, suonerà in cattedrale a Treviso con un’orchestra classica di 45 elementi, l’Ensemble Novecento. Anche se il suo "tocco" è riconoscibilissimo nel cd "Guitarland: sei corde senza confini" in cui ha suonato con altri cinque colleghi di generi diversi. Meglio ascoltarlo, Tolo Marton.

Al Capolago quasi tre ore di ottimo sound: cinque brani ("It’s Getting Late", "Fought To Change", "Wellcome – si, due "elle" – To America", "All Along The Watchtower" e "One More Train") dell’ultimo album "Colours And Notes" più tante perle come le hendrixiane "Hey Joe" e "Red House" e il "Pink Panther Theme" di Mancini.

Meritatissimi applausi.


Intervista a Tolo Marton

A MAN IN BLACK

(di Enrico Mason)

Vittorio "Tolo" Marton, classe 1951, ha recentemente vinto uno dei più prestigiosi concorsi per chitarristi al mondo , il "Jimi Hendrix International Guitar Contest", tenutosi a Seattle. Fondendo blues, rock, jazz e pura invenzione, il chitarrista trevigiano ha sbaragliato gli avversari. In un’intervista esclusiva abbiamo raccolto alcune sue idee ed impressioni.

Sarai forse stanco di parlarne, ma stupisce che un italiano possa aver vinto il "Jimi Hendrix International Guitar Contest". Cos’ha Tolo Marton più degli altri 13.000 chitarristi che hanno partecipato al concorso?

E’ più facile dire quello che non ho. Non ho messaggi da dare, non ho voglia o necessità di chiamare ospiti illustri agli appuntamenti musicali importanti, ho poca diplomazia con le persone che contano nello spettacolo: li tratto alla pari, perché penso che tutti debbano fare il loro lavoro, se lo sanno fare, e tutti abbiano bisogno gli uni degli altri. Quello che ho in più potrebbe essere chiesto alla giuria di Seattle.

Una vittoria sudata la tua, venuta dopo anni di duro lavoro. In un mondo che impone di arrivare al successo da giovanissimi, tu cosa ti sentiresti di dire a chi, malgrado lo studio e l’impegno, giunto alla soglia dei trenta o quarant’anni non sia ancora riuscito ad emergere?

Consiglierei di guardarsi dentro con sincerità, e capire il motivo per cui si suona: se è un vero bisogno, pressochè quotidiano, gli direi di continuare. Se, invece, lo fa per essere qualcuno, è meglio che smetta.

Quanto pesano rispettivamente nel tuo stile la perfezione tecnica, la ricerca del suono e il feeling?

Sono tutte e tre cose molto importanti che vanno, in qualche modo di pari passo. La tecnica conta molto soprattutto perché ti dà gli strumenti per dire ciò che senti. E poi, se vuoi fare musica senza concessioni al mercato, allora non puoi permetterti di essere un mediocre. Il suono è pure importante, ma non può mascherare la povertà di idee; una buona idea è buona sempre, un buon suono può solo migliorarla. Il feeling, quindi, può esserci solo se, partendo da una buona idea, si riesce ad interpretarla ogni volta nel modo migliore.

A tuo avviso, perché Tolo Marton è dovuto "emigrare" in America per ottenere i meritati riconoscimenti?

Perché siamo un popolo di esterofili, senza fiducia in noi stessi. Quasi tutti quelli che mi conoscono come musicista, mi hanno sempre apprezzato ma "a bassa voce", perché sono italiano, di Treviso. Comunque non sono andato in America solo per "ottenere riconoscimenti", ma anche per mettermi alla prova e capire meglio la musica che mi piace.

Osservando il panorama musicale underground odierno della tua regione, che cosa vedi di differente rispetto a quando muovevi i tuoi primi passi con il gruppo del Bardhali nel lontano 1968?

Allora, essere una "cover band" era normale; il principio, ora sembra quasi il punto di arrivo, un comodo punto di arrivo. Vedo anche delle differenze nel pubblico. Poteva succedere che ti fischiasse, e noi musicisti ne traevamo le dovute conclusioni.

Per concludere. Perché un giovane musicista oggi dovrebbe mettersi a suonale il blues?

Certamente io non sono tra quelli che lo dicono. Credo che il blues abbia fatto il suo tempo e detto quello che c’era da dire, ma se ancora un ragazzo o una ragazza ascoltando Lightining Hopkins o Muddy Waters, dovesse rimanere folgorato, avesse un’"illuminazione", perché no?

Ma perché con me si parla sempre di blues? Non ne sono mai stato schiavo. La musica è varia.


Mercoledì 21 Marzo 2001

TOLO MARTON
La rivoluzione di Jimi Hendrix e gli altri grandi innovatori
di Giò Alaimo
Il trevigiano Tolo Marton è uno dei più prestigiosi chitarristi italiani. Qualche tempo fa vinse il Jimi Hendrix Contest organizzato a Seattle dalla famiglia del grande chitarrista scomparso e nei suoi trent'anni di carriera, non ha mai abbandonato la sua Fender: «È stata la mia prima chitarra: l'ho scelta in un periodo, il 1970, in cui quasi tutti preferivano la Gibson. La Fender era una chitarra non alla moda, e poi era quella dei miei musicisti di riferimento, Rory Gallagher e Jimi Hendrix soprattutto. Tutti usavano la Gibson Les Paul perchè era più facile, dal suono più rotondo, ma il bello della Fender è che se è più difficile ottenere buoni suoni, quando hai capito come funziona risponde perfettamente ai tuoi stimoli».

Qual è la differenza fra le due famiglie chitarristiche?

 

«La Gibson è più tecnica, la Fender più dura ma più espressiva, non ha un punto di arrivo. Se hai più energia riesci a dargliela fino in fondo, com'è stato per Hendrix infatti».

 

Si parla di chitarre ma in realtà si dovrebbe parlare di forme e materiali. Anche la Fender ha cambiato molto, legni diversi, manici diversi, alcuni a tastiera piatta altri lievemente bombata. Cosa preferisci?

 

«Uso tutto, quelli di palissandro, bombati, ma anche di acero dal suono più tagliente. Sono solo piccole differenze».

 

Parlando al profano, qual è la differenza tra una elettrica e un'acustica?

 

«L'elettrica in più ha dei magneti detti pickup che servono ad amplificare il suono per farsi sentire quando si suona insieme all'orchestra. L'idea di partenza è questa. Da qui sono nate però varie possibilità in più: l'espressività, la lunghezza delle note, la distorsione. Fino al '66 la chitarra elettrica, anche quella a corpo solido, era usata come un'acustica amplificata. Poi Hendrix, Jeff Beck, Clapton, Jimmy Page, l'hanno fatta diventare qualcos'altro».

 

Qual è stata la vera influenza di Jimi Hendrix sulla musica?

 

«Leggo ancora oggi di Hendrix come fosse stato solo quello che suonava con i denti o bruciava la chitarra. Ma lui è stato in realtà un rivoluzionario della musica. Ha rivoluzionato il jazz, il rock, il pop, e non solo dei chitarristi, ma anche di Miles Davis. È stato profondamente influenzato dalla musica che aveva ascoltato fino allora, blues nero, soul, un certo tipo di funky e perfino un po' di country filtrato attraverso il blues, che lui ha sviluppato in ballate come "The Wind Cries Mary"».

 

Anche lui ha fatto la strada dei bluesman dieci anni prima, andando a rigenerarsi in Inghilterra e poi riportando in America la propria musica:«Lui ha portato un po' d'America in Inghilterra e lì è stato influenzato dal pop inglese, dai Beatles, dalla psichedelia. Ha avuto modo di modificarsi, di inserire melodie all'avanguardia non proprie del blues, successioni di accordi inusuali e poi come chitarrista, dal vivo, era tutt'uno con la chitarra, la faceva parlare come un ventriloquo, la faceva vivere di vita propria».

 

Dopo Hendrix ci sono stati chitarristi altrettanto innovativi?

 

«No. Altri hanno fatto qualcosa di diverso; John McLaughlin ha coniugato radici jazz con sperimentazioni rock al tempo della Mahavishnu, anche Carlos Santana che ha mescolato il blues alle radici latine era un contemporaneo molto espressivo. Ci sono molti chitarristi che hanno elaborato un proprio suono un proprio linguaggio, che puoi riconoscere dopo un secondo che suonano. Ma che abbia coinvolto tutto l'universo musicale e stravolto la tecnica espressiva c'è solo Hendrix».

 

E Clapton?

 

«Era molto personale agli inizi, poi si è annacquato di pop e commercialità. Clapton era un chitarrista con uno stile e un suono riconoscibile quando suonava con Mayall e i Cream. Poi è cambiato. Del "fenderista" non ha nè il suono nè l'attitudine. Appartiene più alla schiera dei chitarristi acustici amplificati».

 

Un chitarrista dal suono personale, possessore fra l'altro della Stratocaster n. 1 è David Gilmour dei Pink Floyd...

 

«In realtà l'ho ascoltato poco. I Pink Floyd sono sempre stati per me l'immagine di una musica che non era ascoltabile senza le luci, lo spettacolo. A me invece è piaciuto molto Nils Lofgren, grande chitarrista con uno stile molto personale, che ha lavorato spesso con Springsteen. E fuori della generazione "storica" quello che ha avuto maggiore importanza è forse Stevie Ray Vaughan, ultimo grande chitarrista innovatore nel blues, anche se si rifaceva molto a Hendrix, e ad Albert King...»

 

Albert King ha appena reso miliardaria una ragazza al telequiz di Gerry Scotti. Forse è l'unica che sia mai diventata miliardaria col blues!

 

«Probabile! Comunque Stevie Ray Vaughan, che è morto qualche anno fa un un incidente aereo, ha dato un ulteriore contributo unendo grande energia a una precisione da computer. Ora ha più imitatori lui di Hendrix. Un altro innovatore è Mark Knopfler che ha messo l'accento su alcune possibilità timbriche della Fender ascoltando un po' J. J. Cale, un po' Chet Atkins. In realtà se guardi chi ha usato questo strumento, sono uno diverso dall'altro».

 

Non è mai stata la chitarra dei Beatles, mentre è stata molto usata dai Rolling Stones: «Ma gli Stones hanno sempre cercato di creare un muro di chitarre molto omogeneo e senza virtuosismi, è proprio in questo è la loro bellezza».

 

Che mi dici della differenza fra hard rock e metal?

 

«Ci sono i prototipi del metal come Deep Purple, Led Zeppelin, che però si sono sempre considerati solo hard rock. Ritchie Blackmore coniugava fraseggi classici con il rock blues e poi i metallari hanno enfatizzato questa idea esercitandosi sulle scale a gran velocità come Steve Vai, Joe Satriani, Yngwie Malmsteen. Il Metal è fatto da gente tecnicamente serissima che però fa una musica troppo spesso vuota. Però se piace, rispetto comunque tutti».

 

Meglio uno strumento d'epoca o uno nuovo?

 

«Lo strumento vecchio ha il suo fascino e quando lo suoni ti accorgi della differenza. Ma per chi ascolta il suono proviene dalle mani, dalla testa di chi suona. La differenza è più psicologica che tecnologica. Il legno stagionato lo avverti più nella chitarra acustica che nella elettrica. Con amplificazione distorsione effetti, non ti accorgi della differenza. Però resta un bell'oggetto. Conta il legno vecchio, la verniciatura, ma quanti sono in grado di sentirlo veramente? Io una volta ho fatto una serata acustica suonando una chitarra Eko giocattolo , usando lo slide, suonando brani come "Summertime". È stato un po' uno scherzo e un po' una sfida e la gente è rimasta sorpresa».

 

Andrea Braido, già chitarrista di Vasco Rossi, una volta ha detto: «In fondo la chitarra è pur sempre un pezzo di legno».

 

«È vero - commenta Tolo -, e se hai una giornata storta resta tale e anche tu diventi come un pezzo di legno quando suoni male. Ma questo vale per qualsiasi strumento».

 

G. Al.

 

 

L'ARENA DI VERONA Martedì 27 Marzo 2001
Di intensa marca rock-blues il concerto del chitarrista
Bollente saluto al Posto del fedele Tolo Marton
Tutto esaurito per la sua ultima serata nel locale che sta per chiudere
E questa volta, nella bollente atmosfera di un Posto completamente esaurito, Tolo Marton focalizza più del solito il palinsesto della serata, e pur non disdegnando qualche spruzzatina country e una "All Along the Watchtower" spogliata fino all'osso di ogni tentazione 'apocalittica' alla Dylan/Hendrix, regala ai fan un set di intensa marca rock-blues, contemporaneamente ruspante e raffinato, affilato e caldo. Il tono complessivo del concerto lo danno, soprattutto, due cover che non avevamo ancora sentito dal grande chitarrista trevigiano: "For Your Love" degli Yardbirds e "Sunshine of Your Love" dei Cream. Insomma, per l'occasione Marton torna alle sue radici, mette da parte per un attimo pianure texane e "valli alpine" per rituffarsi nella swingin' London del Marquee e di Carnaby Street, del 'dio' Clapton e delle BBC Sessions di David Peel. E le due cover funzionano perfettamente, riempiono della loro ricca tessitura il Posto che sembra veramente ribollire come un club di Soho sul finire dei '60.
I Lostiguana, la nuova formazione tutta trevigiana che oggi affianca Marton, si dimostrano scelta azzeccata. Tra loro e il leader c'è un'evidente sintonia, e spiccano in particolare i fratelli Michieletto, con la batteria di Marco a trainare tutta la 'macchina', con autoritaria verve, e la chitarra di Max capace di dialogare con misura ma senza soggezione con quella, sempre stellare, di Tolo.
E se la tecnica strumentale di Marton è ormai caratteristica nota, così come il suo amore per Hendrix (direttamente omaggiato con "Red House"), va detto che soprattutto il repertorio estrapolato dal suo ultimo album, "Colours and Notes", ha evidenziato, rispetto al passato, una maggiore attenzione all'aspetto compositivo, alla peculiarità di ogni brano. E così i cinque brani iniziali del disco, eseguiti anche al Posto, rendono grazia a Tolo pure da questo punto di vista, e ci riferiamo in particolare a "If There Is" e alla splendida "Univibe", con "Alpine Valley" (anche quest'ultima in una versione più tesa e tagliente del solito), per noi, la più bella composizione di sempre targata Marton.
Tornando alle cover, questa volta niente "Hey Joe", e invece un significativo omaggio a Rory Gallagher ("What's Goin'on"), e una versione vibrante e per nulla scontata (pur trattandosi di un brano 'battutissimo' in ambito rock-blues) di "Rock me Baby", di B.B.King. E anche nel suo ultimo concerto al Posto (locale con cui ha instaurato da subito un solido feeling), Marton ha ampiamente gratificato le alte attese dei suoi numerosi fan.
Beppe Montresor

© Copyright 2001, Athesis Editrice S.p.A.


 

TOLO MARTON & LOSTIGUANA
Milano, Blueshouse, 9 novembre 2000

 

Il modo più facile per presentare Tolo Marton è dire che si tratta del più bravo chitarrista rock italiano. Questa definizione è però forse un po’ fuorviante, perché si rischierebbe di scambiare l’affermazione per un puro e improponibile paragone tecnico. Si tratta invece di una valutazione critica che tiene conto di quell’insieme di qualità che vanno dall’assimilazione di vari linguaggi musicali alla capacità di inventare uno stile assolutamente originale, al gusto e alla preparazione tecnica.

 

Questo artista di Treviso, con una trentennale carriera alle spalle, è balzato recentemente agli onori delle cronache musicali per aver vinto a Seattle il Jimi Hendrix Electric Guitar Contest, votato da una giuria formata da affermati musicisti e addetti ai lavori dell’universo musicale statunitense. Inoltre, varie esperienze musicali a Austin e dintorni lo hanno messo in evidenza sulla scena texana, nonostante i talenti musicali siano abbastanza numerosi da quelle parti e l’Italia non abbia certo fama di terra di rocker.

 

Nel concerto tenuto alla Blueshouse di Milano Tolo Marton è apparso in splendida forma e ciò è probabilmente dovuto anche al fatto di suonare con un gruppo, i Lostiguana (formato dai fratelli Max e Marco Michieletto, rispettivamente alla chitarra e alla batteria, e da Maurizio Feraco al basso) che lo asseconda con evidente entusiasmo e in maniera efficace.

 

Lo spettacolo è iniziato con l’adrenalinico strumentale Pinto Creek e una versione di Crossroader dei Mountain. È poi proseguito con i brani più energici tratti dal suo ultimo disco Colours And Notes: Fought To Change, Moon Tears, Feel Down e It’s Getting Late. Non sono mancati momenti più rilassati come l’ispirata Univibe e l’agrodolce I’m Goin’ Home, o le psichedeliche New Rising Sun e Pali Gap, di Jimi Hendrix, quest’ultima iniziata traendone i primi accordi mediante la percussione delle corde con un piccolo cacciavite ‘cercafase’.

 

Dopo averlo visto passare dai suoi brani originali a una versione acid bluegrass di All Along The Watchtower (traendo dalle sua Fender Stratocaster le sonorità del banjo mediante l’uso di un pezzettino di spugna sotto le corde), da esaltanti omaggi ai Cream (I’m So Glad) e Rory Gallagher (Laundromats) a uno strumentale di James Burton (Corn Pickin’), non rimane allora più alcun dubbio su questo musicista trevigiano: Tolo Marton è il vero Miracolo del nordest.

 

Carmelo Genovese

(Del 9/1/2002 Sezione: Spettacoli Pag. 22)"LA STAMPA"

CON BRUNELLO E MARTON
Il violoncello ha la voce di Marco Paolini


TORINO
Non poteva che richiamare le folle, in parte rimaste fuori, la doppia serata in cui l´Unione Musicale e il Piccolo Regio Laboratorio hanno affidato carta bianca ad artisti di calibro come l´attore Marco Paolini, il violoncellista Mario Brunello e il chitarrista Tolo Marton. C´era odore di sperimentazione, d´altronde, e così è stato: ma soprattutto lo spettacolo prendeva vita e forma all´insegna dell´interazione fra parole e suoni, mostrando a quanti, per anni, hanno sbandierato la contaminazione artificiale fra i generi che una vera e riuscita commistione può nascere solo dalla metamorfosi dei materiali, non dal loro ibrido accostamento. Al centro stava la parola nuda e scaltra di Paolini, parola poetica che attingeva spesso ai versi di Dino Campana, pronta a trasformarsi in sottile ironia nel leggere passi spesso maniacali - di interviste a Glenn Gould o Jimi Hendrix, fino a dominare senza freni. Era un gioco fra sponde diverse, come quello sonoro di Marton e Brunello, appunto in metamorfosi continua sotto e in mezzo alla voce di Paolini: una semplice melodia della chitarra elettrica che si rivela una passacaglia, modellata sulla "Follia di Spagna" e raddoppiata dal violoncello; l´Aria delle "Variazioni Goldberg" di Bach scomposta, con la melodia al cello e la linea del basso alla chitarra, ripetuta invertendo i ruoli, a loro volta abilmente scambiati durante la ripetizione; Brunello che attacca Bach con ritmo rock, solleticando Marton a un numero rock alla Hendrix, riversato sullo stesso Brunello, in un vulcanico assolo dai toni in apparenza improvvisati, forse però un brano di Sòllima. E poi ancora Bach accennato al violoncello e trasformato in musica country dalla chitarra elettrica, con quella volpe di Paolini pronto a dissimulare. Scandalo? Certo no, se le manipolazioni avvengono a questi livelli e con tale sensibilità, e peraltro nessuno dei festosi spettatori era entrato lì con intenti puristi; tuttavia poteva lasciar perplessi qualche prendere in giro di troppo, se non Bach, quel matto geniale di Gould: eppure i tre hanno saputo sottrarre al mito i giganti, mostrando fino a che punto con i maestri si possa, talvolta, anche giocare. g.satragni@tin.it
Giangiorgio Satragni
 

CARTA BIANCA O L'APOTEOSI DEL MAESTRO


NICOLA GALLINO

"LA REPUBBLICA"
Maestro è il pianista scontroso e sensitivo che affida alle sue memorie di recluso volontario il monologo sull'Altezza Ideale dello Sgabello. Maestro è il nero che sul palco veste la casacca da soldato inglese e che gli basta una volta per passare alla storia come sfasciachitarre. E tronfio Maestro è anche il Grande Attore che fa piovere l'empireo della sua Lectura Dantis nel tendone della bassa veneta, dove la locale compagnia di teatrodiricerca gli paga il cachet dandogli la casa in pegno e il guttalax nella birra. Sono Glenn Gould, Jimi Hendrix e Carmelo Bene, ma lo scopri solo alla fine. Perché la «Carta bianca» che Marco Paolini ha messo su con Mario Brunello e Tolo Marton fa di tutto per star giù di tono. Fa l'happening improvvisato alla «cossa femo, fioi?». Tiene sottotraccia l'ironica e sofisticata rete di codici e rimandi, e il trucco riesce. Dal notes cilestro di Paolini escono le bizze dei divi, i calembour di Zanzotto, i deliri di Dino Campana dove cuore rima con amore. In questo bacio dell'abietto e del sublime, il violoncello divino di Mario e la chitarra rock di Tolo fanno mercimonio. Vivaldi scolora in un bluegrass, Alone di Sergio Sollima ipnotizza come un minimalista dell'est, e nel tema gouldiano delle Variazioni Goldberg il distorsore tace e si screzia in echi da liuto. Un pienone. Sfotte Paolini: «Il Maestro è una categoria universale. Non è da prendere in giro: è da portare in giro». Però quando ai bis Brunello gigioneggia miagolando sul cello i curvoni di Valentino Rossi al mondiale, un po' Maestri lo sono anche loro.
«Carta bianca», con Marco Paolini, Mario Brunello e Tolo Marton. «Piccolo Regio Laboratorio», ascoltato lunedì 7 gennaio 2002.
Domenica, 17 Marzo 2002
 
A MARGHERA Trascinante omaggio benefico a Hendrix con Tolo Marton e Ian Paice
 
Venezia

Oltre mille persone hanno affollato uno dei grandi club di Marghera, lo "041", per un appuntamento speciale, l'omaggio a Jimi Henrdrix, straordinario chitarrista scomparso nel 1970, organizzato per sostenere le attività dell'Avis, l'associazione dei donatori volontari di sangue.

Protagonisti dell'appuntamento tre musicisti di grande talento in una formazione del tutto inusitata che ha visto al centro del palco lo straordinario batterista dei Deep Purple, Ian Paice, affiancato dalla chitarra del trevigiano Tolo Marton e da Maurizio Feraco , il basso dei Lostiguana, la band che lo accompagna di solito.

Ian Paice è abituato, nelle pause dell'attività tuttora frenetica dei Deep Purple, ad andare in giro per il mondo a suonare con i suoi fan, ma questa occasione era davvero speciale, anche perchè Tolo non è solo uno straordinario chitarrista, al punto da aver vinto qualche anno fa il Jimi Hendrix Contest a Seattle, ma raramente disponibile ad affrontare repertori diversi dal suo personale. Invece l'omaggio a Hendrix, pretesto per la serata ma anche doveroso ricordo di uno dei musicisti che hanno davvero cambiato la storia della musica, rivoluzionando il rock, il blues e la tecnica chitarristica, ha entusiasmato i presenti riportandoli sul repertorio caro a Hendrix, a volte replicato correttamente altre reinterpretato mantenendone intatto lo spirito, sforando di quando in quando in composizioni dello stesso Marton e in un ricordo di un'altra straordinaria band che condivise con Hendrix successo e importanta storica, i "Cream" di Eric Clapton.

Così, la musica se n'è andata trascinando la platea da "Hey Baby (new rising sun)", "Fire" e "Stone Free" a un brano dedicato da Tolo a Albert, il padre di Hendrix, conosciuto a Seattle, per poi scivolare verso "Sunshine of your love", brano dei Cream che Hendrix suonava talvolta in concerto, una versione country di "All along the watchtower" da molti considerato il miglior brano della storia del rock, Quindi, dopo un accenno strumentale a "Lazy" dei Deep Purple per concedere a Paice l'onere dell'assolo di batteria, il ritorno a Hendrix con una "regolare" "Hey Joe", l'immancabile blues "Red House" e una trascinante "I'm so glad" dei Cream prima dei bis, "Little Wing" e "One more train" di Tolo, che si fa apprezzare non solo per gusto ma anche per capacità di trarre suoni non convenzionali dalla sua Stratocaster.

L'esperimento potrebbe continuare anche dopo questa serata, dato che i tre si sono trovato bene insieme.

Giò Alajmo

MUSICA DI REPUBBLICA RECENSIONE DI DAL VERO

Recensione CD Dal Vero di Marcello Matranga su BUSACADERO, gennaio 2003

Intervista su JAM gennaio 2003

Nel 1975 Tolo Marton, chitarrista poco più che ventenne, volava a Los Angeles con Le Orme per incidere Smogmagica. Il gruppo era all’apice della popolarità e per lui sembrava l’inizio di una carriera in discesa. Poco incline a seguire passivamente le dubbie regole dettate dai saggi di turno, Marton fu invece costretto dalle sue stesse scelte a vivere nel duro circuito dei club portando avanti la sua musica nell’ombra, aiutato da uno zoccolo duro di appassionati che lo adora e non lo ha mai abbandonato. Ventitre anni dopo, in una fredda giornata di gennaio, Tolo era su un aereo che ritornava da Seattle, dove aveva ricevuto direttamente dalla famiglia Hendrix un inaspettato riconoscimento alla sua sensibilità artistica. Altre volte era stato nella patria del rock ricevendo dimostrazioni di stima ed ammirazione, ma questa volta il ritorno aveva un sapore speciale: quello della definitiva consapevolezza che la coerenza ha un prezzo impagabile per chi non smette di rispondere alla propria coscienza di artista.

Lo abbiamo incontrato al termine di un concerto alla Blueshouse di Milano nel quale, in occasione dell’uscita del suo primo disco dal vivo, ha regalato momenti di grande musica con la sua magica chitarra.

  Allora Tolo, finalmente un disco dal vivo…

Era un appuntamento che non volevo più rimandare, per me stesso e per tutti quelli che mi seguono, che da tempo chiedevano un testimonianza di ciò che Tolo fa ed è quando sta sul palco di fronte al pubblico.

  Sei sempre stato considerato un artista che rende al meglio nella dimensione live. Che criteri hai scelto per intrappolare al meglio quel cocktail di creatività, improvvisazione e suono in una piccola scatola di plastica?

L'idea era di fotografare un concerto dal vivo, riportando quello che vi succede, i suoni e l'aria che vi si respira. Il primo passo è stato scegliere i brani che avessero le caratteristiche adatte: improvvisazione, interazione, energia, crescendi. Doveva durare tanto da contenere un concerto intero. Il nostro repertorio è vario e non c'è rischio né di ripetersi né di annoiare. Da qui la scelta del doppio album, lungo 2 ore e mezza. Ho scelto di mixare il suono in modo naturale e aperto, con molta separazione tra gli strumenti; come se chi ascolta si trovasse proprio di fronte al palco, o quasi sopra.

  Ho notato un ottimo affiatamento con i Lostiguana. Da quanto tempo suoni con loro?

Da due anni e mezzo. Li ho sentiti suonare una sera in un club a Treviso, si chiamavano "The Terribile Treble" e facevano principalmente cover di Hendrix, con una precisione quasi maniacale. Pur dovendo suonare a bassi volumi, per esigenze del locale, mi colpirono per la convinzione che riuscivano a trasmettere. Mentre li ascoltavo, mi sono come "visualizzato" nel suonarci assieme, e non ho pensato due volte a proporre una collaborazione. I Lostiguana si distinguono per due fattori che di solito negli altri gruppi si escludono a vicenda: la tecnica e il calore.

  Nel disco suona Ian Paice dei Deep Purple in un paio di brani. Come è nata questa collaborazione?

Da un idea del promoter Ivano Bosello, un appassionato del rock d'annata. Organizzava un concerto per l'AVIS, ed essendo fan dei Deep Purple, ha contattato  Ian Paice e mi ha chiesto di esserci. A mia volta ho chiamato Maurizio (bassista dei Lostiguana) e ci siamo ritrovati tutti e tre sul palco dello "041" il 15 marzo 2002. Abbiamo suonato molto Hendrix, da cui i due brani presenti nel CD, ma anche molti brani miei. Ian Paice ha acconsentito a essere presente nel disco, e questo denota quanto egli sia una persona squisita, oltre che grandissimo musicista.

  Nel booklet menzioni Jimi Hendrix, Rory Gallagher e Nils Logfren quali tuoi chitarristi preferiti. Che cosa in particolare ti ha affascinato nel loro stile?

Rory Gallagher è il guitar hero. Quello unico in cui incappi nei primi anni, nell'età in cui sei estremamente influenzabile, quando tutto deve ancora accadere. Dentro comincia ad arderti un fuoco e sei alla ricerca di qualcosa che appartenga solo a te. Tutti ascoltano Led Zeppelin, Deep Purple, Eric Clapton, ma tu vuoi trovare qualcos'altro, perché sai bene che non riuscirai mai a identificarti con quelli, anche se sono grandi e li apprezzi. Rory era diverso perchè suonava la chitarra con un senso di ribellione disperata, con uno spirito free che ricordava più il jazz, pur non possedendone le tecniche. La grinta e la rabbia del solitario, il fraseggio così assurdo e imprevedibile da non riuscire a trovarne le fonti. E un’immagine di uomo semplice, pensai: è come me! Vidi Nils a Los Angeles nel 1975. Per coincidenza quello fu l'anno in cui Gallagher smise di suonare come piaceva a me. Lofgren è l'opposto, è la matematica, la precisione, ma anche un'originalità sia melodica che ritmica che ti spiazza, un altro musicista enigma del quale è difficile stabilire le fonti di ispirazione. Di Jimi Hendrix dico solo questo: è lo spartiacque, il luogo in cui tutto confluisce e tutto si trasforma. E' il passaggio obbligato, che prima o poi devi percorrere.

  Su una delle due Fender Stratocaster che hai utilizzato stasera, oltre ai personaggi che abbiamo menzionato, vi hai dipinto Jerry Lee Lewis, B.B. King e Joni Mitchell. Sono loro gli artisti che completano le tue radici o c'è ancora qualcun altro che però non compare per ragioni di spazio?

I personaggi che ho dipinto sulla chitarra sono quelli che mi hanno dato la carica. Jerry Lee per il Rock'n'Roll; negli anni 70 mi sono perfino cimentato al piano con il suo stile. Con B.B.King ho scoperto il vero blues, nero ed elegante. Con Muddy Waters quello più profondo. Joni è la mia "Music Lady", quanto ho ascoltato i primi dischi, impregnati di melodie personali! Da lei ho capito che la chitarra non esiste solo per fare assoli. Ma ci sono altri musicisti  che ho seguito, come Paul Simon, JJ Cale, Santana, Cream, Beatles, Chuck Berry, musiche da film, e perché no, i Rokes! Senza scordare i vecchi 45 giri dei miei fratelli più grandi, che ascoltavo da bambino, Santo & Johnny, Paul Anka, Conway Twitty, Elvis.

  La tua musica, di difficile catalogazione, non ti ha causato qualche difficoltà ad ottenere ingaggi in nuovi locali?

Ho la tendenza ad annoiarmi a suonare sempre le stesse cose, perciò non è facile mettermi su uno scaffale. Ma ormai questo "handicap" è diventato un punto di forza che il pubblico apprezza per la varietà del nostro repertorio. Comunque i club sono messi molto male: mi riferisco all'inflazione causata dalle tribute band e dalle cover band. Anni fa saper fare pezzi famosi serviva a imparare a suonare, ora sembra il punto di arrivo… Con il risultato che i musicisti che tentano di fare qualcosa di proprio non trovano spazio.

  L’indipendenza artistica, al di là del talento che si possiede, spesso comporta un prezzo piuttosto alto da pagare in termini di riconoscimenti. Se potessi tornare indietro cambieresti qualcosa nelle tue scelte?

No, e se tornassi indietro, vorrei essere più duro nei confronti di chi è troppo gentile con le persone che contano, e troppo poco con i semplici e inesperti.

  Questions è uno dei tuoi brani che preferisco. Quali sono le domande che ritornano più spesso nella mente del musicista Tolo Marton?

Se sono un vero musicista o ne do solo l'impressione.

Carmelo Genovese, Jam gennaio 2003

 

 

Martedì 14 Ottobre 2003
Mancalacqua in Blues . Partenza bruciante per la rassegna: il chitarrista-compositore-cantante entusiasma il pubblico
Tolo, una straripante tecnica
Una grande performance. Al suo fianco gli ottimi Lostiguana

Diavolo d'un Tolo Marton! Con il territorio scaligero ha un'antica consuetudine, ci fa visita almeno una volta all'anno, ma anche al Palasport di Lugagnano riesce a sorprendere ed incantare un pubblico entusiasta di più di 400 persone (una simpatica curiosità, a testimonianza del suo particolare legame con Verona: indossava la 'storica' T-shirt del Posto, quella con lo slogan «La musica è la mia droga»). Sono quasi due ore che il suo rock/blues elegante, penetrante come una lama d'acciaio, tiene i fans con il fiato sospeso, pensi che stia per congedarsi al termine di una sorta di dilatata jam sulla sua antica Back to the Roots (fa venire alla mente Dave Alvin, guitar-hero texano dei Blasters), e invece parte con un medley, western più che country, attorno agli indimenticabili temi del maestro Morricone.
E anche grazie alla sua splendida band, i Lostiguana (in gran spolvero per l'occasione, in particolare, il batterista Marco Michieletto), ti par che sul palcoscenico non ci sia un quartetto, ma tutta un'orchestra precisa al millimetro, con la chitarra del leader fendente e tagliente in profondità, e capace poi, proprio come la musica del maestro, di aprire spazi visivi enormi, spettacolari. Da brivido, ancora una volta.
Il fatto è che Marton, pur a cinquant'anni 'suonati', par sempre conservare la voglia di indagare, di divertirsi come un bambino nello scoprire nuove fonti di piacere sonoro, come se la sua stupefacente tecnica strumentale fosse soltanto un grimaldello per aprire nuove porte, e non un monile da mettere sotto bacheca.
Sul palco, e lì la prima sorpresa, si è presentato da solo, armonica e chitarra acustica - la sua 'nuova' passione - per una rilettura di due sue 'vecchie' composizioni, Let Me Be e My Place is Close to You , una tiratissima ballata a metà tra il Neil Young anni '70 e certe cose di Mark Knopfler. Neanche il tempo di abituarti all'inedita veste acustica, che Tolo riprende l'elettrica e ti avvolge nella fluida circolarità di un suo classico omaggio a Nils Lofgren (dichiaratamente, con Hendrix e Rory Gallagher, uno dei suoi principali punti di riferimento), Moon Tears .
Il chitarrista/compositore/cantante (anche la vocalità, oggi, è all'altezza dello strumento: si è fatta più pastosa, robusta), insomma, regala una partenza bruciante alla seconda edizione di Mancalacqua in Blues, con una performance ancora una volta di grande bellezza. Oltre a tutto, Marton nell'occasione è anche allegro come non mai.
Dopo Purple Haze (alla voce Marco Michieletto), nei bis non può mancare l'altro classico omaggio a Jimi, Hey Joe , sul quale, in un simpatico gioco, prova "in diretta" un nuovo intro a tre chitarre (richiamando sul palco Lou Leonardi di Lou & the Blues, operning band della serata). Il giochetto fatica, ovviamente, a decollare, Tolo ci rinuncia, e riprende allegramente in mano la situazione con una versione asciutta, quasi rockabilly del celebre pezzo.
Un musicista generoso in tutti i sensi, oltreché talentuoso, che fa impallidire tanti altri presunti "eroi del rock" di casa nostra.
Beppe Montresor