A volte capita di imbattersi in dischi che hanno l’unico obiettivo di rendere onore alla musica, alla creatività, al gusto di suonare insieme. Ed è un piacere scovarli e scoprirli. Come questo 6 Alle Corde dei Guitarland, un gruppo di amici e chitarristi d’eccezione, di background molto diverso tra loro, che appena possono amano la sfida di unire in un unico progetto le loro differenti esperienze artistiche. Nato da un’idea di Massimo Scattolin, celebre chitarrista classico, cui si sono affiancati Luciano Bottos (country-rock e jazz), Bruno Gennaro (flamenco), Alberto Negroni (Jazz), Stefano Scutari (chitarra brasiliana) e Tolo Marton (rock, blues e country), il progetto Guitarland approda ad un nuovo splendido capitolo in cui ad originali rivisitazioni (Piazzolla e Chick Corea) si affiancano composizioni originali. Fin dall’iniziale e irruenta Passion, di Bruno Gennaro, si coglie chiaramente lo spirito e l’affiatamento di queste sei chitarre che dialogano con maestria. Chi è appassionato dei temi di Morricone troverà un bellissimo Western Medley, assolutamente irresistibile nell’appassionato ed elegante svolgimento. Così come il più celebre brano di Tolo Marton, Alpine Valley, qui colpisce in un arrangiamento molto latino nel quale uno stupefacente ordito acustico esalta la toccante melodia della Stratocaster dell’artista trevigiano. L’evocativa Surprise di Alberto Negroni si dipana con classe attraverso veloci passaggi virtuosistici, Ma Cherie Alis di Massimo Scattolin è una riuscita e commovente ballata, mentre Nidaba, di Luciano Bottos è avvincente nell’intreccio di bassi e note bluesy. E si potrebbe continuare a commentare ogni brano con il gusto di scriverne bene. Insomma, un disco strumentale che sarebbe un peccato non scoprire.
Come un altro disco che vede sempre protagonista Tolo Marton: si intitola Giubbox ed è un tributo a quell’epoca in cui spesso la musica si viveva attorno ad un juke box, infilando la classica monetina nella fessura ed attendendo con trepidazione di vedere la puntina adagiarsi lentamente sui solchi del vinile. Italo Pegoraro, già voce solista dei Gabbiani, riesce davvero a far rivivere molti classici del periodo, da Paul Anka e Neil Sedaka a Elvis e Ray Charles, cantando in modo appassionato e convincente, esemplare in questo senso la sua interpretazione di Georgia On My Mind. Tra le gemme del disco ci sono le bellissime versioni di High Noon (Mezzogiorno di Fuoco) e Runaway di Del Shannon. Gli splendidi arrangiamenti di Gianni Ephrikian, con ampio utilizzo di cori e sezioni d’archi, sono assolutamente fedeli all’epoca, tranne le versioni di Hound Dog e Lucille nelle quali domina il gusto psichedelico di Tolo Marton, capace in tutto il disco di dare un’impronta di grande classe senza andare mai sopra le righe.
(C. Genovese, JAM marzo 2009)
Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti,
sentenziava Roberto Freak Antoni in uno dei suoi più gustosi aforismi. Lo strano caso di
Tolo Marton, chitarrista trevigiano, una carriera pluriventennale avviata nel segno del
blues, del rock, del country, maturata poi oltre i bordi di genere, con l’unico solco
irrinunciabile della creatività, conferma la liceità di quella battuta. Perché Marton,
al di la dello zoccolo duro e affettuoso dei suoi fan, è ancora un musicista
misconosciuto nel Belpaese, mentre al di la dell’oceano s’è conquistato lo
status invidiabile di "guitar hero". Il 18 gennaio scorso, a Seattle, la città
di Jimi Hendrix e del grunge, Tolo ha vinto il Voodoo Child Award, il prestigioso concorso
internazionale per chitarristi organizzato dalla famiglia del mancino leggendario con
Guitar Player Magazine, Fender, Aiwa e Musicians Insitute of California. Dopo le
precedenti selezioni – Marton s’era già aggiudicato la "tappa"
intermedia di Austin – il veneto era l’unico europeo rimasto in gara.
"E’ una gran bella soddisfazione, certo, soprattutto perché la finalità del
concorso era quella di mettere in luce i talenti della chitarra elettrica vicini per
tecnica, fantasia e creatività allo spirito artistico di Jimi" assicura Marton. Non
è un premio destinato ai mostri del virtuosismo, insomma, non una sfida all’OK
Corral tra i chitarristi più veloci della luce. Piuttosto, un attestato di stima a chi,
praticando l’arte della musica, non ha mai perduto la bussola dell’inventiva,
della comunicativa, dell’emozione genuina. "Ciascun concorrente doveva esibirsi
in due brani, una cover di Hendrix e uno di propria composizione" racconta Martonle
del mio repertorio recente. Credo che sia piaciuto…". Si schermisce, Tolo. In
realtà quel brano è una sintesi perfetta della sua sensibilità, di un talento
compositivo e interpretativo che accarezza le corde del sentimento, e le agita con morbida
passione. Ma l’umiltà è una seconda pelle, per Marton. Fosse caratterialmente più
aggressivo, forse adesso sarebbe un eroe di chitarra riconosciuto in Italia non soltanto
da un popolo di eletti. E non sarebbe costretto a pubblicare i suoi dischi in Olanda,
com’è capitato per l’ultimo, fulminante My place is close to you, licenziato
dalla Provogue e distribuito da noi dalla Srazz Records. "Il fatto è che non ho una
collocazione precisa di mercato, più che un bluesman mi considero un musicista libero. E
infatti nei miei concerti mi diverto a mescolare le influenze blues con il rock, il jazz,
la psichedelia, il folk, il Tex-Mex, lo spaghetti – western … Proponessi ogni
sera la stessa scaletta, per me sarebbe la morte civile", spiega. Così, sfuggendo ad
ogni tentativo di classificazione, Marton s’è ritagliato la sua piccola fetta di
appassionati, gente dalla fede incrollabile, per la quale l’axeman di Treviso è un
mito e, insieme, l’amico (di chitarra) della porta. Una reputazione conquistata
attraverso l’esperienza con le Orme, ai tempi di Smogmagica, la partecipazione a
svariati festival italiani di blues, le frequenti jam session con la Jack Bruce e Ginger
Baker, cinque dischi da solista e un’attività live decisamente corposa, con una
bella incursione in Texas alla fine del ’93. A quell’epoca, Radio KGSR lo
definì addirittura "killer guitar – slinger from Italy" , il fromboliere
della sei corde elettrica. Adesso, a 46 anni, la conquista del Woodoo Child Award,
ricevuto dalle mani di Al e Janie Hendrix, rispettivamente padre e sorella di Jimi, gli
restituisce lo spettro più ampio della fiducia, una spinta fondamentale per qualsiasi
artista. "Ho attraversato parecchi momenti di crisi, lo confesso. E devo tantissimo
al sostegno di mia moglie Carla, soprattutto, se sono arrivato "indenne" sino a
qui". Indenne e vincente, finalmente: perché il ruolo di "loser" è molto
romantico, nell’epica del rock, ma lascia le tasche dannatamente vuote.
Venerdì
16 Marzo 2001
Il Posto. Il musicista
veneto che il mondo ammira
I colori e le note di Tolo
Marton
Di lui, la rivista specializzata «Jam»
ha scritto, recensendo il suo ultimo lavoro «Colours and Notes»
(uscito alla fine del 1999), che si tratta del «più dotato e
intelligente chitarrista rock che l'Italia abbia mai avuto». Trattasi
del trevigiano Tolo Marton, stasera in concerto al Posto, come fa da
alcuni anni, per tradizione, ad inizio primavera. E con il giudizio
sopra riportato, concordiamo pienamente soprattutto per quanto riguarda
le sue prestazioni dal vivo. Tolo Marton è un grande virtuoso della
chitarra, ma ha sempre avuto il dono di privilegiare la propria urgenza
comunicativa allo sfoggio tecnico. Artisticamente, il suo retroterra
musicale è il maestoso fiume del rock-blues anni '70. Tra le tante
influenze, lui cita tra i chitarristi Nils Lofgren, Rory Gallagher,
B.B.King, naturalmente Jimi Hendrix, ma anche un jazzman come Charlie
Christian. E sintomatico dell'apertura mentale a tutto tondo del
musicista di Treviso è anche il suo dichiarato amore per personaggi
tanto diversi come Paul Simon, Joni Mitchell, Doors, Miles Davis, Henry
Mancini, Cream, Morricone. Tre dischi autoprodotti negli anni '80,
quattro nel decennio successivo, uno dei quali registrato negli Stati
Uniti, e soprattutto, a dargli una fama ben al di là del circuito «da
culto» dei music-club, la clamorosa affermazione, nel '98, al «Jimi
Hendrix Electric Guitar Festival» di Seattle, una manifestazione
organizzata dalla famiglia del grande chitarrista scomparso nel '70. A
quel punto Marton, che già da alcuni anni si esibiva regolarmente in
America soprattutto a Austin, «capitale del rock-blues», si è
guadagnato anche oltreoceano la fama di grande erede di Jimi. Ulteriore
elemento d'interesse, per quanto riguarda stasera, è che Tolo arriva al
Posto con la sua nuova band dei Lostiguana, allestita l'anno scorso e
formata da musicisti di Treviso: Marco Michieletto alla batteria,
Massimo Michieletto alla chitarra, Maurizio Feraco al basso. (b.m.)
Tolo Marton
Colours And Notes
(VTM - Storie di Note)
(di Paolo Vites)
Come sarebbe diversa la scena del Rock italiana se
le tanto millantate rock star nostrane (e non facciamo nomi per pudore) volessero
affidarsi a dei veri chitarristi, e non a quelle pallide imitazioni di guitar hero che
infestano i palchi di casa nostra, che l’unica cosa che hanno del ruolo è
probabilmente il look, ma non la tecnica e il cuore che ha Tolo Marton. Vincitore del
Woodoo Chile Award Winner nel 1998 (il prestigioso premio assegnato personalmente dalla
Hendrix Family al miglior chitarrista in "stile Jimi Hendrix"), il trevigiano
Tolo Marton da anni preferisce frequentare i club di Austin e di mezza America che quelli
di casa nostra. Non rinuncia, di tanto in tanto, a incidere album come questo riuscito Colours
And Notes. Se Tolo non ha forse una perfetta timbrica vocale le sue composizioni sono
oneste professioni di rock blues venato di country (talvolta ricordano Calvin Russel o il
suo amico Jimmy LaFave), è però quando partono quelle note di chitarra che tutto cambia:
deliziosamente hendrixiano ma senza strafare, raffinatamente claptoniano (o meglio, alla
Stevie Ray Vaughan), la sua chitarra ci guida in una musicalità fantasiosa, mai banale,
rispettosa della tradizione e infine intelligente quando rilegge in chiave bluegrass
"acida" All Along The Watchtower (il vecchio Bob impazzirebbe a
sentirla). Ci sono, naturalmente, altre cover, come Pali Gap di Hendrix, o la bella
It’s Getting Late (Stuart Magness), ma non sfigurano le composizioni di
Marton, come ad esempio Welcome To America. Voto : 7
Perché: il più dotato e intelligente chitarrista rock che
l’Italia abbia mai avuto si diverte e ci diverte
Rigenerato dalla vittoria al
Voodoo Chile Award di Seattle, nel gennaio del
’98", il trevigiano Tolo Marton riprende
ad esplorare l’arcipelago blues nell’ottica della reinvenzione onirica
e psichedelica cara
al "suo" maestro Jimi. Realizzato fra il Veneto e il Texas, questo suo
settimo album parla il linguaggio d’una matura identità stilistica
che interseca visionarietà e virtuosismo. Marton mette la museruola al Narciso che alberga volentieri nei chitarristi talentuosi, e lascia che siano
piuttosto suono passione e istinto a condurlo nelle vertigini del suono. Cosa che accade
puntualmente nelle dieci canzoni di sua composizione e nelle tre covers: I’s
getting late di Stuart Magness, Pali gap di sua Maestà Hendrix (da Rainbow
Bridge) e la Dylaniana All along the watchtower, pressochè irriconoscibile
– eppure magnifica – nella sua andatura galoppante in "fingerpicking":
soave qualità folk.
Tolo Marton first caught my attention in January of 1998 when he took
home the honors at the Jimi Hendrix International Guitar Competition with a
straightforward rendition of "Red House". He slipped me a CD that night, and I
discovered a player who transcended the Hendrix cover clone trap that he could easily have
settled for.
His latest, Colors And Notes, shows even greater range and originality.
There is, of course, the Hendrix tune ("Pali Gap") that seems obligatory for a
player who received the Voodoo Chile Award from Al Hendrix himself, but there’s so
much more. The predominant color, of course, is blue ( as in the blues ), but his pallete
is far wider. Marton’s trademark is a cap with jazz emblazonet on it, and it’s a
fitting image. Behind many of the deceptively simple rhythms he uses for his original
compositions lies some remarkable improvisatory guitar work.
Most of the best work here consist of his originals, but his version of
"All Along The Watchtower" finds a percussive country shuffle buried within the
tune that is somewhat startling but totally pleasing. Other highlights include the full
force rave-up "One More Train" and the be-boppish delight "Slim And
Animal".
Released on the Italian label VTM, this one may be hard to find, but
it’s worth the effort. If you can’t get it anywhere else, try Tolo direct by
e-mailing
jazhat51@iol.it.
Track List:
It’s Getting Late * If There Is * Fought To Change * Univibe *
Feel Down * Wellcome To America * Pali Gap * Questions * All Along The Watchtower *
I’m Going Home * One More Train * Sleepless * Slim And The Animal
L’uscita dell’ultimo lavoro di Tolo Marton,
"Colours and Notes", si e rivelata l’occasione propizia per approfondire la
conoscenza di un personaggio che meriterebbe maggior considerazione dai media. Chitarrista
versatile e completo, dotato sia di invidiabile tecnica che di "cuore", autore
di tutto rispetto, è giunto ormai al settimo CD. Molti lo ricordano per una sua fugace
apparizione nelle Orme. La sua vittoria al Jimi Hendrix Electric Guitar Festival, la sua
sempre intensa attività live e gli ottimi CD proposti lo stanno finalmente premiando
Parlaci del tuo
cammino
artistico degli inizi. II principio della tua attività professionale viene fatto
corrispondere con la tua esperienza nelle Orme, con le quali hai registrato a Los Angeles
"Smogmagica" (1975). In realtà avevi precedentemente inciso dei 45 giri per la
EMI, di cosa si trattava?
Prima delle Orme avevo già suonato con diversi gruppi in Veneto. Ho
iniziato con la chitarra verso la fine del’66. Ascoltavo tutto quello che mi
capitava, senza preoccupazioni di generi. Uno dei primi gruppi a cui ho dato nome nel 1971
si chiamava B.E.S.T.I.A., con cui suonavo pezzi di Rory Gallagher, Grand Funk
ecc... Prevalentemente facevamo audizioni per sale da ballo, ma pochi ci prendevano,
perché il nostro genere era troppo spinto. Poi ho suonato con altri gruppi (sempre in
sala da ballo) che facevano un rock più accettabile, tipo Joe Cocker, Stones, Deep
Purple...Uno di questi gruppi si chiamava Raptus, con cui ho inciso per la EMI due
brani originali e due cover dei Beatles (Eleanor Rugby eI
Wanna Hold Your Hand) ovviamente riarrangiate.
Come mai il tuo rapporto con Le Orme si e sciolto
in modo cosi repentino?
Perché, a pochi giorni dall’inizio del tour promozionale per il nuovo disco ("Smogmagica"),
mi avevano imposto un’immagine e dei travestimenti non adatti a me, in cui mi sarei
sentito a disagio. Mi opposi ma non c’è stato modo di far loro cambiare idea. Oltre
ad aver gettato via una sicura carriera, resta l’amarezza che ancora oggi incontro ai
concerti gente che giura entusiasticamente di avermi visto suonare con le Orme negli anni
’70. E questo perché Germano Serafin, che mi aveva rimpiazzato, non veniva
praticamente neanche presentato durante gli show.
Perché il tuo nome viene quasi sempre associato al
Blues? In realtà, sia su CD che dal vivo, sono evidentissime le contaminazioni Country,
Rock, Psichedeliche, Jazz, che rendono uniche le tue sonorità per il panorama musicale
italiano...
Purtroppo molti giornalisti poco attenti continuano a farlo. Ho dato spazio al Blues più
in passato, quando questa poteva essere una scelta meno scontata, ma allo stesso tempo ho
sempre, soprattutto discograficamente, messo in chiaro di avere molteplici influenze. Un
altro motivo è forse il titolo del mio primo disco ("The Blues
Won’t Go Away")¸che non era per niente un disco di Blues e il titolo
riprendeva solo un verso di una delle canzoni. Tutta questa storia mi fa pensare che
c’è gente che non distingue molto uno stile da un altro. Non chiamatemi bluesman per
favore!
Dal 1980 al 1983 hai prodotto ben tre LP, poi, nella
tua attività discografica ci sono stati ben nove anni di stop, fino a
"Toloquarantasuonati" (1992). Cosa ti ha spinta a una pausa così lunga e cosa
hai fatto nel frattempo, com’è tornato l’input per riprendere a pieno
l’attività?
E stata solo una pausa discografica, in realtà ho suonato moltissimo dal vivo. I primi
tre dischi erano autoprodotti e non volevo più incidere nulla se non attraverso una vera
casa discografica. Nel ’90 David Srb il mio bassista di allora mi propose:
"c’è questo produttore di Bologna che ti vuole far incidere un disco per la sua
etichetta". Poco convinto, ma David insisteva, decisi di registrare "Toloquarantasuonati".
Un CD che ebbe un destino curioso. Per strani accordi stipulati tra certi signori, venne
pubblicato dalla RTI, senza promozione né distribuzione... fu messo fuori catalogo e
finì al macero.
Credi che qualcosa sia cambiato
nell’ambiente musicale italiano dai tuoi esordi ad oggi?
E peggiorato, almeno una volta c’erano più musica e inventiva, ma questo succede
anche in America. Certo, oggi da noi ci sono più music club, ma questo è anche merito
mio, e dicendo questo spero di non sembrare immodesto.
Dalla fine degli anni ’80 hai iniziato a
recarti sempre più frequentemente negli USA, principalmente ad Austin. Che spunti
positivi hai tratto da questi viaggi? Come giudichi la scena musicale Americana nei
confronti della nostra?
Frequentare attivamente posti come Austin o New Orleans mi ha rinforzato e ridato fiducia.
Ho perfezionato alcune cose, ma ho capito anche che loro sono loro ed io sono io. Imparare
non vuol dire copiare, né far finta di essere ciò che non si è. La scena americana non
è tutta rose e fiori. I musicisti sono tantissimi e bravi. Ho visto dilettanti che
farebbero sbavare molta gente di qui, costretti però a fare altri lavori per vivere,
comunque di solito chi ce la fa è anche bravo. In quanto ad originalità ci sarebbe da
discutere, mentre di buono c’è che la musica. In America, la musica, fa parte della
vita di tutti i giorni come il cibo e tutto il resto. Qui è ancora un optional, con le
inevitabili conseguenze.
Nel 1998 hai vinto a Seattle, sbaragliando
chitarristi da ogni parte del mondo, il "Jimi Hendrix Electric Guitar Festival".
Credo che la cosa fondamentale del concorso sia il fatto che la giuria non cercasse un
"clone", ma un artista che con la sua tecnica e fantasia, ricordasse lo spirito
di Hendrix. Puoi raccontarci le fasi salienti di questo importante concorso?
Il concorso e iniziato nel’96. Un annuncio su Guitar Plaver Magazine diceva: "Cerchiamo
un chitarrista che possegga il talento e la creatività che ricordino lo spirito di Jimi
Hendrix". Bisognava presentare un proprio brano e uno di Hendrix. Io scelsi il
mioAlpine valley eRed house. Passate le prime selezioni fui
invitato ad Austin, presso la Zona Rosa per le finali del Texas. Pensa che ricevetti
l’annuncio solo quattro giorni prima, a momenti neanche volevo partire. Lì
"affrontai" nove chitarristi americani e vinsi. Dopo quasi due anni andai a
Seattle per le finalissime. Eravamo rimasti in sette, c’era anche una chitarrista che
fece Foxy Lady (lei aveva suonato anche con Micheal Jackson). Poi c’era un
nero, mancino e di Seattle, che faceva un sacco di scena, suonava coi denti ecc.... Il
pubblico era in visibilio e io mi sentivo un pesce fuor d’acqua. Mi dicevo:
"Qui non ho capito niente, ancora una volta premieranno l’immagine e non la
musica". Ma nello stesso tempo avevo la sensazione che non sarebbe andata cosi.
Quando Al Hendrix pronunciò la fatidica frase "...and the winner
is…Tolo Marton!", ho provato una gioia mista a imbarazzo, quasi un senso di
colpa. Imbarazzo per i festeggiamenti, e senso di colpa perché non mi piacciono le
competizioni, anche se, quando avevo letto quell’annuncio qualcosa era scattato e
sentivo di dover tentare.
I tuoi colleghi d’oltreoceano e i media come
hanno vissuto la tua vittoria? Che riscontri hai avuto negli States?
Sia ad Austin che a Seattle gli altri chitarristi hanno accettato la mia vittoria di buon
grado, complimentandosi e dicendo che la meritavo. Ovviamente è un buon biglietto da
visita che mi porto dietro ovunque vado, anche se devo confessare che a volte è un
vestito che mi va un po’ scomodo. Ma non nego che mi sta aiutando non poco. In
America ho avuto più spazio sia nei media che nei concerti.
Hai suonato, dopo la vittoria, con due leggende
viventi come Billy Cox e Buddy Miles, The Band Of Gypsys oltre ad essere stato premiato
dal padre e la sorella di Jimi, cosa hai provato?
Beh, in quei momenti le uniche cose a cui riuscivo a pensare erano mettere a posto i
collegamenti della chitarra e suonare senza essere troppo invadente. Lo stesso mentre il
padre di Jimi Hendrix mi premiava, grande gioia e confusione. Ci si rende conto dopo di
quello che è successo.
Veniamo ora al tuo ultimo lavoro, "Colours
And Notes". L’ho ascoltato molto attentamente. E’ un CD davvero ottimo, non
catalogabile in un unico genere date le molte influenze e varietà di stili presenti, ma
reso omogeneo da un’unità emotiva ben precisa. Come hai lavorato alla sua
realizzazione? Che mercato credi possa avere e che riscontri credi possa portare?
Sono contento che tu abbia capito lo spirito di questo lavoro. Le fasi produttive di
"Colours and Notes" (a proposito, questo titolo mi è venuto anche per
merito della copertina, disegnata da Marco Singh), è stata divisa in tre fasi ben
distinte: alcuni brani, tra cui Univibe, Questions, sono stati incisi ad
Austin nel 96, subito dopo aver vinto le finali in Texas, in uno stato d’animo
veramente propizio, tutti al primo colpo. Poi sempre ad Austin nella primavera del 99, ad
esempio Welcome to America, e a Treviso la scorsa estate, un po’ in
studio, un po’ a casa (Pali gap). Quando registro tento di liberare la
mente da pensieri del tipo: cosa mi posso aspettare, a chi mi rivolgo.. e mi concentro
sulla musica. Spero sempre di non perdere la spontaneità e la fantasia, e magari inseguo
un po’ di originalità. In quanto al possibile mercato, metto l’accento proprio
sull’aggettivo "possibile", perché nessuno fino ad ora mi ha offerto delle
vere possibilità, e così per me tutto è possibile e impossibile allo stesso tempo.
Certo, dopo una vita passata a suonare per la gente, so quali sono i brani che
venderebbero ed anche tanto, ma come posso spiegarlo ai discografici, raccomandati e
raccomandanti? Di queste cose mi è venuta la nausea tanto tempo fa.
Cosa vuoi che gli ascoltatori capiscano di te da
questo CD?
Che sono un musicista libero, non voglio etichette. Che attraverso la musica esprimo anche
i miei dubbi e incertezze. E che tutti possiamo essere dei liberi fruitori di musica,
liberi da leggi di mercato che non vogliamo.
Canzoni come Univibe, I’m Going Home e
Slim and the Animal potrebbero essere perfettamente inserite in un a colonna sonora di
un film; ti cimenteresti volentieri in una simile esperienza?
Certamente. Anche di Alpine Valley molti hanno detto che sarebbe perfetta
per un film. Certe musiche dei film mi hanno sempre affascinato.
Che importanza attribuisci ai testi e come
affronti la loro stesura?
Scrivere testi è una necessità ma anche una scomodità di cui farei volentieri a
meno.
Visto che devo farlo, cerco di dire cose semplici ma vere e oneste, così nessuno può
criticare perché racconto delle balle. Per la stesura parto sempre dalla musica.
Ora che il tuo nome finalmente inizia a trovare
sempre più spazio anche sui mercati italiani, saresti interessato ad offrire la tua
chitarra a famosi artisti nostrani, non come session man, ma realmente per dare il tuo
contributo attivo. Insomma se qualcuno cercasse la tua chitarra in quanto chitarra di Tolo
Marton, saresti disponibile o continueresti per la tua strada?
Può darsi di sì, ma per risponderti dovrei trovarmi in questa situazione, cosa che (a
parte un episodio di molti anni fa con Massimo Bubola) veramente non è mai
avvenuta.
Che rapporto hai con la chitarra?
A volte la chitarra è come la coperta di Linus, dà una certa sicurezza, però può anche
far innervosire. Sono affascinato anche dall’oggetto in sé, le chitarre vecchie,
quelle che suonano meglio, però quando vado sul palco mi porto dietro quella un po’
meno… buona, chissà perché. Poi mi piace scambiarne i pezzi, un manico di una con
il corpo di un’altra e vedere cosa succede.
Soprattutto dal vivo si rimane impressionati
dall’uso che fai del controllo dei toni, del vibrato e del volume, oltre che
dell’uso non certo comune del plettro per il pollice (thumb pick). Come hai
sviluppato questa tecnica? Quali artisti ti hanno influenzato?
I potenziometri del volume e tono ho cominciato a sfruttarli fin dal primo momento.
Perché non usarli, dato che ce li hanno messi? E non solo per alzarmi negli assoli. Ormai
posso dire che non stanno mai fermi, è diventato istintivo per me. Ho deciso di usare il
thumb pick dopo aver visto Nils Lofgren a Los Angeles nel ’75.
Chitarristicamente parlando, devo molto a Rory Gallagher, Hendrix, Lofgren, B.B. King, ma
anche a non chitarristi, come Jimmy Smith e Miles Davis.
Non credi che proporti dal vivo in quartetto,
anziché nel classico trio, ti consenta maggior libertà d’azione oltre a permetterti
di offrire arrangiamenti più vari ai brani?
Sicuramente suonare in quartetto, con un altro chitarrista, permette di concentrarmi di
più negli assoli ed avere degli arrangiamenti più rotondi e completi, soprattutto nei
brani più melodici. Non direi che mi dà più libertà di movimento però. Il trio, al
quale mi sono abituato da sempre, è più difficile, ma stimolante. Posso variare ed
improvvisare di più. E’ una sfida, una bella sfida che mi ha sempre affascinato.
Anche se la nostra non è una rivista di chitarra,
potresti citare la strumentazione a cui ti affidi abitualmente?
Uso la Fender Stratocaster fin dal 1970. E’ uno strumento forse più difficile, ma
non ha limiti di dinamica. Uso poi amplificatori tipo Fender, soprattutto perché
rispondono alle variazione del tocco meglio degli altri. Gli effetti più usati sono un
distorsore Mxr+ e un Rotosphere.
Svolgi attività didattica?
Qualche volta, più che altro seminari.
Quali sono i chitarristi, o comunque gli artisti
italiani che stimi maggiormente?
Non conosco molto bene i miei colleghi, ma Claudio Bazzarri è sicuramente molto
bravo. Ci sono dei chitarristi acustici che hanno lavorato molto per affinare la loro
tecnica, come Pietro Nobile. Quando ascolto altri musicisti, ho imparato a
dimenticarmi di essere anch’io un musicista, e questo mi aiuta a distinguere la
qualità e la fantasia dalla mera tecnica. Poi stimo molto Paolo Conte, mi piaceva Modugno,
Tenco, Pino Daniele di qualche tempo fa, un po’ il primo Celentano e Battisti,
anche Nada. Il problema per i nostri storici interpreti della così
detta musica
leggera (Mina, Morandi o Celentano), è che non hanno più della musica buona da
cantare. Quasi mi offro volontario per venire in loro soccorso…
Cosa pensi della musica su Internet? Credi possa
aiutare la distribuzione per certi artisti o essere addirittura dannosa?
Penso che anche Internet aiuti di più gli artisti già famosi. Quante sono le persone che
hanno tempo e voglia di andare a spulciare tra gli sconosciuti? Non vedo grandi danni, la
SIAE ne fa di più. E poi, finchè un libro di barzellette dell’ultimo comico
televisivo avrà l’Iva al 4% mentre un CD di Beethoven o Charlie Parker al
20%….
Che progetti hai per il futuro?
Questa domanda mi mette sempre a disagio. Non riesco a fare progetti al di là di un paio
di settimane… potrei unirmi ad una orchestra sinfonica. Sai, a Natale mi è capitato
di suonare accompagnato da un’orchestra di 45 elementi con tanto di direttore in
frac!
Cosa vorresti dire che non ti ho chiesto?
Forse sto dando l’impressione di essere un po’ disincantato o pessimista, ma
credo ancora nel grande potere della musica, quando è viva. E, prima di salire sul palco
sono sempre nervoso come la prima volta.
Colours and Notes
VTM-STORIE DI NOTE 1999-2000
Il settimo album del trevigiano Tolo Marton si distingue dai
precedenti, prima ancora di addentrarsi all’ascolto del CD, a partire dalla
coloratissima, atipica psichedelica copertina.
Il traguardo raggiunto è fondamentale per vari motivi. Con "Colours and Notes"
Tolo ha toccato infatti il livello più alto della sua non molto prolifica, anche se
ventennale, carriera solista, e ha altresì confermato la credibilità e rispetto
conquistata negli States. Tredici tracce di ottimo livello, ben dieci delle quali scritte
interamente da lui stesso, più tre cover, Pali gap di Jimi Hendrix, It’s
Getting Late di Stuart Magness e All Along the Watchtower di Bob
Dylan. Quest’ultima canzone merita un discorso a sé. Ammettiamolo, prima di
ascoltare il brano, dopo aver letto il titolo, il pensiero corre da solo: "la solita
strasfruttata cover…". E invece, Marton, è riuscito nella difficile impresa di
ridare nuova vita ad una canzone mitica, stravolgendone completamente, rispetto ad ogni
altra versione, l’arrangiamento e le sonorità, ottenendo un misto tra folk e
bluegrass con una bellissima chitarra in finger picking che in alcuni passaggi ricorda il Knopfler
dei Nothing Hillbillies. Il dire che Marton ricordi in alcuni brani
altri celebri chitarristi (Hendrix, J.J.Cale, etc) non è certo riduttivo. Infatti,
(e questo è un suo grande merito), pur avendo assimilato tecniche e stili di vari
chitarristi, è riuscito a creare un suo personale suond che rende riconoscibile ed
inconfondibile la sua Stratocaster. Univibe, di grande atmosfera e con un
uso magistrale del wha wha, è davvero entusiasmante e, con Sleeplees, potrebbe
figurare alla grande su un CD di J.J.Cale o Tony Joe White. Da ascoltare
sicuramente è anche la jazzata e completamente strumentale Slim and the Animal,
canzone che conferma la difficile catalogabilità di "Colours and Notes"
all’interno di un unico genere musicale.
Non manca nemmeno un ospite di prestigio, Ponty Bone all’accordion (in I’m
going Home e nell’autobiografica Welcome to America), artista che nel
corso della sua lunghissima carriera ha collaborato, tra gli altri, con Joe Ely, Jimmie
Dale Gilmore, Butch Hancock, Alejandro Escovedo. I principali musicisti che hanno
coadiuvato Marton sono Vic Vian e Alex Marinoni al basso, Mark Smith
e Dan Frezek alla batteria. In Italia abbiamo trovato (c’era già, era solo
andato qualche tempo a suonare e a stupire in America) finalmente un chitarrista
versatile, innovativo, completo dotato anche di un grande "cuore", musicalmente
parlando , e non solo di mera tecnica. La speranza è che finalmente possa raccogliere,
anche da noi, il meritato successo. Proponendo CD di questa caratura sarebbe pazzesco non
accadesse. O forse è proprio per questo che il mondo è pieno di pazzi?
LIVE. A Torno con Marinoni, Boscolo e Callegaro spazia dal mito
Hendrix al "Pink Panther Theme"
Tolo Marton, una splendida lezione
di stile
Sul palco del Capolago il
chitarrista trevigiano ribadisce una coerenza artistica che non vacilla
(di Andrea Cavalcanti)
Un musicista maturo e originale, in grado di esprimere con
impeccabili virtuosismi la grande lezione di un chitarrismo cristallino nella forma ma dal
genere difficilmente definibile.
Ma, soprattutto, un artista coerente, vissuto e
disincantato, dall’umanità a volte sorprendente, ben conscio della propria realtà e
capace di rimettere sempre tutto in discussione, a cominciare da se stesso.
E’ quel che è apparso giovedì sera, al wine bar
Capolago di Torno, il 48enne chitarrista trevigiano Tolo Marton, assistito
nell’occasione dal fedele bassista Alex Marinoni, che ne condivide le esperienze live
ormai da cinque anni, dal chitarrista Alberto Boscolo e dal batterista Paolo Callegaro,
suoi compagni di viaggio da due mesi.
Punta più ad esprimersi come vuole sulle corde della sua
Fender Stratocaster ("un modello vecchio") che a farsi pubblicità questo
guitarist riservato che si dice piuttosto pessimista sul futuro della musica: "A casa
ascolto prevalentemente musica classica. Tutti vogliono attaccarmi a tutti i costi
un’etichetta: io sono semplicemente la mia musica che parte da una base americana per
andare un po’ dovunque … Non posso definirmi un bluesman, non voglio
definirmi…".
E’ vero: meglio non definirlo, anche se negli Usa ha
vinto un concorso chitarristico mondiale organizzato dalla famiglia Hendrix. Anche se,
sotto Natale, suonerà in cattedrale a Treviso con un’orchestra classica di 45
elementi, l’Ensemble Novecento. Anche se il suo "tocco" è
riconoscibilissimo nel cd "Guitarland: sei corde senza confini" in cui ha
suonato con altri cinque colleghi di generi diversi. Meglio ascoltarlo, Tolo Marton.
Al Capolago quasi tre ore di ottimo sound: cinque brani
("It’s Getting Late", "Fought To Change", "Wellcome –
si, due "elle" – To America", "All Along The Watchtower" e
"One More Train") dell’ultimo album "Colours And Notes" più
tante perle come le hendrixiane "Hey Joe" e "Red House" e il
"Pink Panther Theme" di Mancini.
Vittorio "Tolo" Marton, classe 1951,
ha recentemente vinto uno dei più prestigiosi concorsi per chitarristi al mondo , il
"Jimi Hendrix International Guitar Contest", tenutosi a Seattle. Fondendo blues,
rock, jazz e pura invenzione, il chitarrista trevigiano ha sbaragliato gli avversari. In
un’intervista esclusiva abbiamo raccolto alcune sue idee ed impressioni.
Sarai forse stanco di parlarne, ma stupisceche un italiano
possa aver vinto il "Jimi Hendrix International Guitar Contest". Cos’ha
Tolo Marton più degli altri 13.000 chitarristi che hanno partecipato al concorso?
E’ più facile dire quello che non ho. Non ho messaggi da dare,
non ho voglia o necessità di chiamare ospiti illustri agli appuntamenti musicali
importanti, ho poca diplomazia con le persone che contano nello spettacolo: li tratto alla
pari, perché penso che tutti debbano fare il loro lavoro, se lo sanno fare, e tutti
abbiano bisogno gli uni degli altri. Quello che ho in più potrebbe essere chiesto alla
giuria di Seattle.
Una vittoria sudata la tua, venuta dopo anni di duro lavoro. In un
mondo che impone di arrivare al successo da giovanissimi, tu cosa ti sentiresti di dire a
chi, malgrado lo studio e l’impegno, giunto alla soglia dei trenta o
quarant’anni non sia ancora riuscito ad emergere?
Consiglierei di guardarsi dentro con sincerità, e capire il motivo
per cui si suona: se è un vero bisogno, pressochè quotidiano, gli direi di continuare.
Se, invece, lo fa per essere qualcuno, è meglio che smetta.
Quanto pesano rispettivamente nel tuo stile la perfezione
tecnica, la ricerca del suono e il feeling?
Sono tutte e tre cose molto importanti che vanno, in qualche modo di
pari passo. La tecnica conta molto soprattutto perché ti dà gli strumenti per dire ciò
che senti. E poi, se vuoi fare musica senza concessioni al mercato, allora non puoi
permetterti di essere un mediocre. Il suono è pure importante, ma non può mascherare la
povertà di idee; una buona idea è buona sempre, un buon suono può solo migliorarla. Il
feeling, quindi, può esserci solo se, partendo da una buona idea, si riesce ad
interpretarla ogni volta nel modo migliore.
A tuo avviso, perché Tolo Marton è dovuto "emigrare" in
America per ottenere i meritati riconoscimenti?
Perché siamo un popolo di esterofili, senza fiducia in noi stessi.
Quasi tutti quelli che mi conoscono come musicista, mi hanno sempre apprezzato ma "a
bassa voce", perché sono italiano, di Treviso. Comunque non sono andato in America
solo per "ottenere riconoscimenti", ma anche per mettermi alla prova e capire
meglio la musica che mi piace.
Osservando il panorama musicale underground odierno della tua
regione, che cosa vedi di differente rispetto a quando muovevi i tuoi primi passi con il
gruppo del Bardhali nel lontano 1968?
Allora, essere una "cover band" era normale; il principio,
ora sembra quasi il punto di arrivo, un comodo punto di arrivo. Vedo anche delle
differenze nel pubblico. Poteva succedere che ti fischiasse, e noi musicisti ne traevamo
le dovute conclusioni.
Per concludere. Perché un giovane musicista oggi dovrebbe mettersi
a suonale il blues?
Certamente io non sono tra quelli che lo dicono. Credo che il blues
abbia fatto il suo tempo e detto quello che c’era da dire, ma se ancora un ragazzo o
una ragazza ascoltando Lightining Hopkins o Muddy Waters, dovesse rimanere folgorato,
avesse un’"illuminazione", perché no?
Ma perché con me si parla sempre di blues? Non ne sono mai stato
schiavo. La musica è varia.
La
rivoluzione di Jimi Hendrix e gli altri grandi innovatori
di Giò Alaimo
Il trevigiano ToloMarton è uno dei
più prestigiosi chitarristi italiani. Qualche tempo fa vinse il Jimi Hendrix Contest
organizzato a Seattle dalla famiglia del grande chitarrista scomparso e nei suoi
trent'anni di carriera, non ha mai abbandonato la sua Fender: «È stata la mia prima
chitarra: l'ho scelta in un periodo, il 1970, in cui quasi tutti preferivano la Gibson. La
Fender era una chitarra non alla moda, e poi era quella dei miei musicisti di riferimento,
Rory Gallagher e Jimi Hendrix soprattutto. Tutti usavano la Gibson Les Paul perchè era
più facile, dal suono più rotondo, ma il bello della Fender è che se è più difficile
ottenere buoni suoni, quando hai capito come funziona risponde perfettamente ai tuoi
stimoli».
Qual è la differenza fra le due famiglie chitarristiche?
«La Gibson è più tecnica, la Fender più dura ma più espressiva, non ha un punto di
arrivo. Se hai più energia riesci a dargliela fino in fondo, com'è stato per Hendrix
infatti».
Si parla di chitarre ma in realtà si dovrebbe parlare di forme e materiali. Anche la
Fender ha cambiato molto, legni diversi, manici diversi, alcuni a tastiera piatta altri
lievemente bombata. Cosa preferisci?
«Uso tutto, quelli di palissandro, bombati, ma anche di acero dal suono più
tagliente. Sono solo piccole differenze».
Parlando al profano, qual è la differenza tra una elettrica e un'acustica?
«L'elettrica in più ha dei magneti detti pickup che servono ad amplificare il suono
per farsi sentire quando si suona insieme all'orchestra. L'idea di partenza è questa. Da
qui sono nate però varie possibilità in più: l'espressività, la lunghezza delle note,
la distorsione. Fino al '66 la chitarra elettrica, anche quella a corpo solido, era usata
come un'acustica amplificata. Poi Hendrix, Jeff Beck, Clapton, Jimmy Page, l'hanno fatta
diventare qualcos'altro».
Qual è stata la vera influenza di Jimi Hendrix sulla musica?
«Leggo ancora oggi di Hendrix come fosse stato solo quello che suonava con i denti o
bruciava la chitarra. Ma lui è stato in realtà un rivoluzionario della musica. Ha
rivoluzionato il jazz, il rock, il pop, e non solo dei chitarristi, ma anche di Miles
Davis. È stato profondamente influenzato dalla musica che aveva ascoltato fino allora,
blues nero, soul, un certo tipo di funky e perfino un po' di country filtrato attraverso
il blues, che lui ha sviluppato in ballate come "The Wind Cries Mary"».
Anche lui ha fatto la strada dei bluesman dieci anni prima, andando a rigenerarsi in
Inghilterra e poi riportando in America la propria musica:«Lui ha portato un po'
d'America in Inghilterra e lì è stato influenzato dal pop inglese, dai Beatles, dalla
psichedelia. Ha avuto modo di modificarsi, di inserire melodie all'avanguardia non proprie
del blues, successioni di accordi inusuali e poi come chitarrista, dal vivo, era tutt'uno
con la chitarra, la faceva parlare come un ventriloquo, la faceva vivere di vita
propria».
Dopo Hendrix ci sono stati chitarristi altrettanto innovativi?
«No. Altri hanno fatto qualcosa di diverso; John McLaughlin ha coniugato radici jazz
con sperimentazioni rock al tempo della Mahavishnu, anche Carlos Santana che ha mescolato
il blues alle radici latine era un contemporaneo molto espressivo. Ci sono molti
chitarristi che hanno elaborato un proprio suono un proprio linguaggio, che puoi
riconoscere dopo un secondo che suonano. Ma che abbia coinvolto tutto l'universo musicale
e stravolto la tecnica espressiva c'è solo Hendrix».
E Clapton?
«Era molto personale agli inizi, poi si è annacquato di pop e commercialità. Clapton
era un chitarrista con uno stile e un suono riconoscibile quando suonava con Mayall e i
Cream. Poi è cambiato. Del "fenderista" non ha nè il suono nè l'attitudine.
Appartiene più alla schiera dei chitarristi acustici amplificati».
Un chitarrista dal suono personale, possessore fra l'altro della Stratocaster n. 1 è
David Gilmour dei Pink Floyd...
«In realtà l'ho ascoltato poco. I Pink Floyd sono sempre stati per me l'immagine di
una musica che non era ascoltabile senza le luci, lo spettacolo. A me invece è piaciuto
molto Nils Lofgren, grande chitarrista con uno stile molto personale, che ha lavorato
spesso con Springsteen. E fuori della generazione "storica" quello che ha avuto
maggiore importanza è forse Stevie Ray Vaughan, ultimo grande chitarrista innovatore nel
blues, anche se si rifaceva molto a Hendrix, e ad Albert King...»
Albert King ha appena reso miliardaria una ragazza al telequiz di Gerry Scotti. Forse
è l'unica che sia mai diventata miliardaria col blues!
«Probabile! Comunque Stevie Ray Vaughan, che è morto qualche anno fa un un incidente
aereo, ha dato un ulteriore contributo unendo grande energia a una precisione da computer.
Ora ha più imitatori lui di Hendrix. Un altro innovatore è Mark Knopfler che ha messo
l'accento su alcune possibilità timbriche della Fender ascoltando un po' J. J. Cale, un
po' Chet Atkins. In realtà se guardi chi ha usato questo strumento, sono uno diverso
dall'altro».
Non è mai stata la chitarra dei Beatles, mentre è stata molto usata dai Rolling
Stones: «Ma gli Stones hanno sempre cercato di creare un muro di chitarre molto omogeneo
e senza virtuosismi, è proprio in questo è la loro bellezza».
Che mi dici della differenza fra hard rock e metal?
«Ci sono i prototipi del metal come Deep Purple, Led Zeppelin, che però si sono
sempre considerati solo hard rock. Ritchie Blackmore coniugava fraseggi classici con il
rock blues e poi i metallari hanno enfatizzato questa idea esercitandosi sulle scale a
gran velocità come Steve Vai, Joe Satriani, Yngwie Malmsteen. Il Metal è fatto da gente
tecnicamente serissima che però fa una musica troppo spesso vuota. Però se piace,
rispetto comunque tutti».
Meglio uno strumento d'epoca o uno nuovo?
«Lo strumento vecchio ha il suo fascino e quando lo suoni ti accorgi della differenza.
Ma per chi ascolta il suono proviene dalle mani, dalla testa di chi suona. La differenza
è più psicologica che tecnologica. Il legno stagionato lo avverti più nella chitarra
acustica che nella elettrica. Con amplificazione distorsione effetti, non ti accorgi della
differenza. Però resta un bell'oggetto. Conta il legno vecchio, la verniciatura, ma
quanti sono in grado di sentirlo veramente? Io una volta ho fatto una serata acustica
suonando una chitarra Eko giocattolo , usando lo
slide, suonando brani come "Summertime". È stato un po' uno scherzo e un po'
una sfida e la gente è rimasta sorpresa».
Andrea Braido, già chitarrista di Vasco Rossi, una volta ha detto: «In fondo la
chitarra è pur sempre un pezzo di legno».
«È vero - commenta Tolo -, e se hai una giornata
storta resta tale e anche tu diventi come un pezzo di legno quando suoni male. Ma questo
vale per qualsiasi strumento».
Di intensa marca rock-blues il concerto
del chitarrista
Bollente saluto al Posto del fedele Tolo
Marton
Tutto esaurito per la sua ultima serata
nel locale che sta per chiudere
E questa volta, nella bollente atmosfera di un Posto
completamente esaurito, Tolo Marton focalizza più del solito il palinsesto della serata,
e pur non disdegnando qualche spruzzatina country e una "All Along the
Watchtower" spogliata fino all'osso di ogni tentazione 'apocalittica' alla
Dylan/Hendrix, regala ai fan un set di intensa marca rock-blues, contemporaneamente
ruspante e raffinato, affilato e caldo. Il tono complessivo del concerto lo danno,
soprattutto, due cover che non avevamo ancora sentito dal grande chitarrista trevigiano:
"For Your Love" degli Yardbirds e "Sunshine of Your Love" dei Cream.
Insomma, per l'occasione Marton torna alle sue radici, mette da parte per un attimo
pianure texane e "valli alpine" per rituffarsi nella swingin' London del Marquee
e di Carnaby Street, del 'dio' Clapton e delle BBC Sessions di David Peel. E le due cover
funzionano perfettamente, riempiono della loro ricca tessitura il Posto che sembra
veramente ribollire come un club di Soho sul finire dei '60.
I Lostiguana, la nuova formazione tutta trevigiana che oggi affianca Marton, si dimostrano
scelta azzeccata. Tra loro e il leader c'è un'evidente sintonia, e spiccano in
particolare i fratelli Michieletto, con la batteria di Marco a trainare tutta la
'macchina', con autoritaria verve, e la chitarra di Max capace di dialogare con misura ma
senza soggezione con quella, sempre stellare, di Tolo.
E se la tecnica strumentale di Marton è ormai caratteristica nota, così come il suo
amore per Hendrix (direttamente omaggiato con "Red House"), va detto che
soprattutto il repertorio estrapolato dal suo ultimo album, "Colours and Notes",
ha evidenziato, rispetto al passato, una maggiore attenzione all'aspetto compositivo, alla
peculiarità di ogni brano. E così i cinque brani iniziali del disco, eseguiti anche al
Posto, rendono grazia a Tolo pure da questo punto di vista, e ci riferiamo in particolare
a "If There Is" e alla splendida "Univibe", con "Alpine
Valley" (anche quest'ultima in una versione più tesa e tagliente del solito), per
noi, la più bella composizione di sempre targata Marton.
Tornando alle cover, questa volta niente "Hey Joe", e invece un significativo
omaggio a Rory Gallagher ("What's Goin'on"), e una versione vibrante e per nulla
scontata (pur trattandosi di un brano 'battutissimo' in ambito rock-blues) di "Rock
me Baby", di B.B.King. E anche nel suo ultimo concerto al Posto (locale con cui ha
instaurato da subito un solido feeling), Marton ha ampiamente gratificato le alte attese
dei suoi numerosi fan. Beppe Montresor
Il modo più facile per presentare Tolo Marton è
dire che si tratta del più bravo chitarrista rock italiano. Questa definizione è però
forse un po’ fuorviante, perché si rischierebbe di scambiare l’affermazione per
un puro e improponibile paragone tecnico. Si tratta invece di una valutazione critica che
tiene conto di quell’insieme di qualità che vanno dall’assimilazione di vari
linguaggi musicali alla capacità di inventare uno stile assolutamente originale, al gusto
e alla preparazione tecnica.
Questo artista di Treviso, con una trentennale
carriera alle spalle, è balzato recentemente agli onori delle cronache musicali per aver
vinto a Seattle il Jimi Hendrix Electric Guitar Contest, votato da una giuria formata da
affermati musicisti e addetti ai lavori dell’universo musicale statunitense. Inoltre,
varie esperienze musicali a Austin e dintorni lo hanno messo in evidenza sulla scena
texana, nonostante i talenti musicali siano abbastanza numerosi da quelle parti e
l’Italia non abbia certo fama di terra di rocker.
Nel concerto tenuto alla Blueshouse di Milano
Tolo Marton è apparso in splendida forma e ciò è probabilmente dovuto anche al fatto di
suonare con un gruppo, i Lostiguana (formato dai fratelli Max e Marco Michieletto,
rispettivamente alla chitarra e alla batteria, e da Maurizio Feraco al basso) che lo
asseconda con evidente entusiasmo e in maniera efficace.
Lo spettacolo è iniziato con l’adrenalinico
strumentale Pinto Creek e una versione di Crossroader dei Mountain. È poi proseguito con
i brani più energici tratti dal suo ultimo disco Colours And Notes: Fought To Change,
Moon Tears, Feel Down e It’s Getting Late. Non sono mancati momenti più rilassati
come l’ispirata Univibe e l’agrodolce I’m Goin’ Home, o le
psichedeliche New Rising Sun e Pali Gap, di Jimi Hendrix, quest’ultima iniziata
traendone i primi accordi mediante la percussione delle corde con un piccolo cacciavite
‘cercafase’.
Dopo averlo visto passare dai suoi brani
originali a una versione acid bluegrass di All Along The Watchtower (traendo dalle sua
Fender Stratocaster le sonorità del banjo mediante l’uso di un pezzettino di spugna
sotto le corde), da esaltanti omaggi ai Cream (I’m So Glad) e Rory Gallagher
(Laundromats) a uno strumentale di James Burton (Corn Pickin’), non rimane allora
più alcun dubbio su questo musicista trevigiano: Tolo Marton è il vero Miracolo del
nordest.
TORINO
Non poteva che richiamare le folle, in parte rimaste fuori, la
doppia serata in cui l´Unione Musicale e il Piccolo Regio
Laboratorio hanno affidato carta bianca ad artisti di calibro come
l´attore Marco Paolini, il violoncellista Mario Brunello e il
chitarrista Tolo Marton. C´era odore di sperimentazione, d´altronde,
e così è stato: ma soprattutto lo spettacolo prendeva vita e
forma all´insegna dell´interazione fra parole e suoni, mostrando
a quanti, per anni, hanno sbandierato la contaminazione
artificiale fra i generi che una vera e riuscita commistione può
nascere solo dalla metamorfosi dei materiali, non dal loro ibrido
accostamento. Al centro stava la parola nuda e scaltra di Paolini,
parola poetica che attingeva spesso ai versi di Dino Campana,
pronta a trasformarsi in sottile ironia nel leggere passi spesso
maniacali - di interviste a Glenn Gould o Jimi Hendrix, fino a
dominare senza freni. Era un gioco fra sponde diverse, come quello
sonoro di Marton e Brunello, appunto in metamorfosi continua sotto
e in mezzo alla voce di Paolini: una semplice melodia della
chitarra elettrica che si rivela una passacaglia, modellata sulla
"Follia di Spagna" e raddoppiata dal violoncello; l´Aria
delle "Variazioni Goldberg" di Bach scomposta, con la
melodia al cello e la linea del basso alla chitarra, ripetuta
invertendo i ruoli, a loro volta abilmente scambiati durante la
ripetizione; Brunello che attacca Bach con ritmo rock,
solleticando Marton a un numero rock alla Hendrix, riversato sullo
stesso Brunello, in un vulcanico assolo dai toni in apparenza
improvvisati, forse però un brano di Sòllima. E poi ancora Bach
accennato al violoncello e trasformato in musica country dalla
chitarra elettrica, con quella volpe di Paolini pronto a
dissimulare. Scandalo? Certo no, se le manipolazioni avvengono a
questi livelli e con tale sensibilità, e peraltro nessuno dei
festosi spettatori era entrato lì con intenti puristi; tuttavia
poteva lasciar perplessi qualche prendere in giro di troppo, se
non Bach, quel matto geniale di Gould: eppure i tre hanno saputo
sottrarre al mito i giganti, mostrando fino a che punto con i
maestri si possa, talvolta, anche giocare.
g.satragni@tin.it
Maestro è
il pianista scontroso e sensitivo che affida alle sue memorie di
recluso volontario il monologo sull'Altezza Ideale dello
Sgabello. Maestro è il nero che sul palco veste la casacca da
soldato inglese e che gli basta una volta per passare alla
storia come sfasciachitarre. E tronfio Maestro è anche il
Grande Attore che fa piovere l'empireo della sua Lectura Dantis
nel tendone della bassa veneta, dove la locale compagnia di
teatrodiricerca gli paga il cachet dandogli la casa in pegno e
il guttalax nella birra. Sono Glenn Gould, Jimi Hendrix e
Carmelo Bene, ma lo scopri solo alla fine. Perché la «Carta
bianca» che Marco Paolini ha messo su con Mario Brunello e Tolo
Marton fa di tutto per star giù di tono. Fa l'happening
improvvisato alla «cossa femo, fioi?». Tiene sottotraccia
l'ironica e sofisticata rete di codici e rimandi, e il trucco
riesce. Dal notes cilestro di Paolini escono le bizze dei divi,
i calembour di Zanzotto, i deliri di Dino Campana dove cuore
rima con amore. In questo bacio dell'abietto e del sublime, il
violoncello divino di Mario e la chitarra rock di Tolo fanno
mercimonio. Vivaldi scolora in un bluegrass, Alone di Sergio
Sollima ipnotizza come un minimalista dell'est, e nel tema
gouldiano delle Variazioni Goldberg il distorsore tace e si
screzia in echi da liuto. Un pienone. Sfotte Paolini: «Il
Maestro è una categoria universale. Non è da prendere in giro:
è da portare in giro». Però quando ai bis Brunello
gigioneggia miagolando sul cello i curvoni di Valentino Rossi al
mondiale, un po' Maestri lo sono anche loro.
«Carta bianca», con Marco Paolini, Mario Brunello e Tolo
Marton. «Piccolo Regio Laboratorio», ascoltato lunedì 7
gennaio 2002.
A
MARGHERA Trascinante omaggio benefico a Hendrix con Tolo
Marton e Ian Paice
Venezia
Oltre mille persone hanno affollato uno dei grandi club
di Marghera, lo "041", per un appuntamento
speciale, l'omaggio a Jimi Henrdrix, straordinario
chitarrista scomparso nel 1970, organizzato per sostenere
le attività dell'Avis, l'associazione dei donatori
volontari di sangue.
Protagonisti dell'appuntamento tre musicisti di grande
talento in una formazione del tutto inusitata che ha visto
al centro del palco lo straordinario batterista dei Deep
Purple, Ian Paice, affiancato dalla chitarra del
trevigiano Tolo Marton e da Maurizio Feraco
, il basso dei Lostiguana, la band che lo accompagna di
solito.
Ian Paice è abituato, nelle pause dell'attività
tuttora frenetica dei Deep Purple, ad andare in giro per
il mondo a suonare con i suoi fan, ma questa occasione era
davvero speciale, anche perchè Tolo non è solo uno
straordinario chitarrista, al punto da aver vinto qualche
anno fa il Jimi Hendrix Contest a Seattle, ma raramente
disponibile ad affrontare repertori diversi dal suo
personale. Invece l'omaggio a Hendrix, pretesto per la
serata ma anche doveroso ricordo di uno dei musicisti che
hanno davvero cambiato la storia della musica,
rivoluzionando il rock, il blues e la tecnica
chitarristica, ha entusiasmato i presenti riportandoli sul
repertorio caro a Hendrix, a volte replicato correttamente
altre reinterpretato mantenendone intatto lo spirito,
sforando di quando in quando in composizioni dello stesso
Marton e in un ricordo di un'altra straordinaria band che
condivise con Hendrix successo e importanta storica, i
"Cream" di Eric Clapton.
Così, la musica se n'è andata trascinando la platea
da "Hey Baby (new rising sun)", "Fire"
e "Stone Free" a un brano dedicato da Tolo a
Albert, il padre di Hendrix, conosciuto a Seattle, per poi
scivolare verso "Sunshine of your love", brano
dei Cream che Hendrix suonava talvolta in concerto, una
versione country di "All along the watchtower"
da molti considerato il miglior brano della storia del
rock, Quindi, dopo un accenno strumentale a "Lazy"
dei Deep Purple per concedere a Paice l'onere dell'assolo
di batteria, il ritorno a Hendrix con una
"regolare" "Hey Joe", l'immancabile
blues "Red House" e una trascinante "I'm so
glad" dei Cream prima dei bis, "Little Wing"
e "One more train" di Tolo, che si fa apprezzare
non solo per gusto ma anche per capacità di trarre suoni
non convenzionali dalla sua Stratocaster.
L'esperimento potrebbe continuare anche dopo questa
serata, dato che i tre si sono trovato bene insieme.
Nel
1975 Tolo Marton, chitarrista poco più che ventenne, volava a Los Angeles
con Le Orme per incidere Smogmagica.
Il gruppo era all’apice della popolarità e per lui sembrava l’inizio
di una carriera in discesa. Poco incline a seguire passivamente le dubbie
regole dettate dai saggi di turno, Marton fu invece costretto dalle sue
stesse scelte a vivere nel duro circuito dei club portando avanti la sua
musica nell’ombra, aiutato da uno zoccolo duro di appassionati che lo
adora e non lo ha mai abbandonato. Ventitre anni dopo, in una fredda
giornata di gennaio, Tolo era su un aereo che ritornava da Seattle, dove
aveva ricevuto direttamente dalla famiglia Hendrix un inaspettato
riconoscimento alla sua sensibilità artistica. Altre volte era stato
nella patria del rock ricevendo dimostrazioni di stima ed ammirazione, ma
questa volta il ritorno aveva un sapore speciale: quello della definitiva
consapevolezza che la coerenza ha un prezzo impagabile per chi non smette
di rispondere alla propria coscienza di artista.
Lo
abbiamo incontrato al termine di un concerto alla Blueshouse di Milano nel
quale, in occasione dell’uscita del suo primo disco dal vivo, ha
regalato momenti di grande musica con la sua magica chitarra.
Allora
Tolo, finalmente un disco dal vivo…
Era un appuntamento che non volevo
più rimandare, per me stesso e per tutti quelli che mi seguono, che da
tempo chiedevano un testimonianza di ciò che Tolo fa ed è quando sta sul
palco di fronte al pubblico.
Sei sempre stato considerato un artista che rende al meglio nella
dimensione live. Che criteri hai scelto per intrappolare al meglio quel
cocktail di creatività, improvvisazione e suono in una piccola scatola di
plastica?
L'idea era
di fotografare un concerto dal vivo, riportando quello che vi succede, i
suoni e l'aria che vi si respira. Il primo passo è stato scegliere i
brani che avessero le caratteristiche adatte: improvvisazione,
interazione, energia, crescendi. Doveva durare tanto da contenere un
concerto intero. Il nostro repertorio è vario e non c'è rischio né di
ripetersi né di annoiare. Da qui la scelta del doppio album, lungo 2 ore
e mezza. Ho scelto di mixare il suono in modo naturale e aperto, con molta
separazione tra gli strumenti; come se chi ascolta si trovasse proprio di
fronte al palco, o quasi sopra.
Ho notato un ottimo affiatamento con i Lostiguana.
Da quanto tempo suoni con loro?
Da due anni
e mezzo. Li ho sentiti suonare una sera in un club a Treviso, si
chiamavano "The Terribile Treble" e facevano principalmente
cover di Hendrix, con una precisione quasi maniacale. Pur dovendo suonare
a bassi volumi, per esigenze del locale, mi colpirono per la convinzione
che riuscivano a trasmettere. Mentre li ascoltavo, mi sono come
"visualizzato" nel suonarci assieme, e non ho pensato due volte
a proporre una collaborazione. I Lostiguana si distinguono per due fattori
che di solito negli altri gruppi si escludono a vicenda: la tecnica e il
calore.
Nel disco suona Ian Paice dei Deep Purple in un
paio di brani. Come è nata questa collaborazione?
Da un idea
del promoter Ivano Bosello, un appassionato del rock d'annata. Organizzava
un concerto per l'AVIS, ed essendo fan dei Deep Purple, ha contattatoIan Paice e mi ha chiesto di esserci. A mia volta ho chiamato
Maurizio (bassista dei Lostiguana) e ci siamo ritrovati tutti e tre sul
palco dello "041" il 15 marzo 2002. Abbiamo suonato molto
Hendrix, da cui i due brani presenti nel CD, ma anche molti brani miei.
Ian Paice ha acconsentito a essere presente nel disco, e questo denota
quanto egli sia una persona squisita, oltre che grandissimo musicista.
Nel booklet menzioni Jimi Hendrix, Rory
Gallagher e Nils Logfren quali tuoi chitarristi preferiti. Che cosa in
particolare ti ha affascinato nel loro stile?
Rory
Gallagher è il guitar hero. Quello unico in cui incappi nei primi anni,
nell'età in cui sei estremamente influenzabile, quando tutto deve ancora
accadere. Dentro comincia ad arderti un fuoco e sei alla ricerca di
qualcosa che appartenga solo a te. Tutti ascoltano Led Zeppelin, Deep
Purple, Eric Clapton, ma tu vuoi trovare qualcos'altro, perché sai bene
che non riuscirai mai a identificarti con quelli, anche se sono grandi e
li apprezzi. Rory era diverso perchè suonava la chitarra con un senso di
ribellione disperata, con uno spirito free che ricordava più il jazz, pur
non possedendone le tecniche. La grinta e la rabbia del solitario, il
fraseggio così assurdo e imprevedibile da non riuscire a trovarne le
fonti. E un’immagine di uomo semplice, pensai: è come me! Vidi Nils a
Los Angeles nel 1975. Per coincidenza quello fu l'anno in cui Gallagher
smise di suonare come piaceva a me. Lofgren è l'opposto, è la
matematica, la precisione, ma anche un'originalità sia melodica che
ritmica che ti spiazza, un altro musicista enigma del quale è difficile
stabilire le fonti di ispirazione. Di Jimi Hendrix dico solo questo: è lo
spartiacque, il luogo in cui tutto confluisce e tutto si trasforma. E' il
passaggio obbligato, che prima o poi devi percorrere.
Su una delle due Fender Stratocaster che hai
utilizzato stasera, oltre ai personaggi che abbiamo menzionato, vi hai
dipinto Jerry Lee Lewis, B.B. King e Joni Mitchell. Sono loro gli artisti
che completano le tue radici o c'è ancora qualcun altro che però non
compare per ragioni di spazio?
I
personaggi che ho dipinto sulla chitarra sono quelli che mi hanno dato la
carica. Jerry Lee per il Rock'n'Roll; negli anni 70 mi sono perfino
cimentato al piano con il suo stile. Con B.B.King ho scoperto il vero
blues, nero ed elegante. Con Muddy Waters quello più profondo. Joni è la
mia "Music Lady", quanto ho ascoltato i primi dischi, impregnati
di melodie personali! Da lei ho capito che la chitarra non esiste solo per
fare assoli. Ma ci sono altri musicistiche ho seguito, come Paul Simon, JJ Cale, Santana, Cream, Beatles,
Chuck Berry, musiche da film, e perché no, i Rokes! Senza scordare i
vecchi 45 giri dei miei fratelli più grandi, che ascoltavo da bambino,
Santo & Johnny, Paul Anka, Conway Twitty, Elvis.
La tua musica, di difficile
catalogazione, non ti ha causato qualche difficoltà ad ottenere ingaggi
in nuovi locali?
Ho la
tendenza ad annoiarmi a suonare sempre le stesse cose, perciò non è
facile mettermi su uno scaffale. Ma ormai questo "handicap" è
diventato un punto di forza che il pubblico apprezza per la varietà del
nostro repertorio. Comunque i club sono messi molto male: mi riferisco
all'inflazione causata dalle tribute band e dalle cover band. Anni fa
saper fare pezzi famosi serviva a imparare a suonare, ora sembra il punto
di arrivo… Con il risultato che i musicisti che tentano di fare qualcosa
di proprio non trovano spazio.
L’indipendenza artistica, al di là del talento
che si possiede, spesso comporta un prezzo piuttosto alto da pagare in
termini di riconoscimenti. Se potessi tornare indietro cambieresti
qualcosa nelle tue scelte?
No, e se
tornassi indietro, vorrei essere più duro nei confronti di chi è troppo
gentile con le persone che contano, e troppo poco con i semplici e
inesperti.
Questions è uno dei tuoi brani che preferisco. Quali sono le
domande che ritornano più spesso nella mente del musicista Tolo Marton?
Se sono un
vero musicista o ne do solo l'impressione.
Mancalacqua in Blues . Partenza bruciante per la rassegna: il
chitarrista-compositore-cantante entusiasma il pubblico
Tolo, una straripante
tecnica
Una grande performance. Al
suo fianco gli ottimi Lostiguana
Diavolo d'un Tolo Marton! Con il territorio scaligero ha un'antica
consuetudine, ci fa visita almeno una volta all'anno, ma anche al
Palasport di Lugagnano riesce a sorprendere ed incantare un pubblico
entusiasta di più di 400 persone (una simpatica curiosità, a
testimonianza del suo particolare legame con Verona: indossava la
'storica' T-shirt del Posto, quella con lo slogan «La musica è la mia
droga»). Sono quasi due ore che il suo rock/blues elegante, penetrante
come una lama d'acciaio, tiene i fans con il fiato sospeso, pensi che
stia per congedarsi al termine di una sorta di dilatata jam sulla sua
antica
Back to the Roots
(fa venire alla mente Dave Alvin, guitar-hero texano dei Blasters), e
invece parte con un medley, western più che country, attorno agli
indimenticabili temi del maestro Morricone.
E anche grazie alla sua splendida band, i Lostiguana (in gran spolvero
per l'occasione, in particolare, il batterista Marco Michieletto), ti
par che sul palcoscenico non ci sia un quartetto, ma tutta un'orchestra
precisa al millimetro, con la chitarra del leader fendente e tagliente
in profondità, e capace poi, proprio come la musica del maestro, di
aprire spazi visivi enormi, spettacolari. Da brivido, ancora una volta.
Il fatto è che Marton, pur a cinquant'anni 'suonati', par sempre
conservare la voglia di indagare, di divertirsi come un bambino nello
scoprire nuove fonti di piacere sonoro, come se la sua stupefacente
tecnica strumentale fosse soltanto un grimaldello per aprire nuove
porte, e non un monile da mettere sotto bacheca.
Sul palco, e lì la prima sorpresa, si è presentato da solo, armonica e
chitarra acustica - la sua 'nuova' passione - per una rilettura di due
sue 'vecchie' composizioni,
Let Me Be
e
My Place is
Close to You
, una tiratissima ballata a metà tra il Neil Young anni '70 e certe
cose di Mark Knopfler. Neanche il tempo di abituarti all'inedita veste
acustica, che Tolo riprende l'elettrica e ti avvolge nella fluida
circolarità di un suo classico omaggio a Nils Lofgren (dichiaratamente,
con Hendrix e Rory Gallagher, uno dei suoi principali punti di
riferimento),
Moon Tears
.
Il chitarrista/compositore/cantante (anche la vocalità, oggi, è
all'altezza dello strumento: si è fatta più pastosa, robusta),
insomma, regala una partenza bruciante alla seconda edizione di
Mancalacqua in Blues, con una performance ancora una volta di grande
bellezza. Oltre a tutto, Marton nell'occasione è anche allegro come non
mai.
Dopo
Purple Haze
(alla voce Marco Michieletto), nei bis non può mancare l'altro classico
omaggio a Jimi,
Hey Joe
, sul quale, in un simpatico gioco, prova "in diretta" un
nuovo intro a tre chitarre (richiamando sul palco Lou Leonardi di Lou
& the Blues, operning band della serata). Il giochetto fatica,
ovviamente, a decollare, Tolo ci rinuncia, e riprende allegramente in
mano la situazione con una versione asciutta, quasi rockabilly del
celebre pezzo.
Un musicista generoso in tutti i sensi, oltreché talentuoso, che fa
impallidire tanti altri presunti "eroi del rock" di casa
nostra.
Beppe Montresor